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Politica

Nella notte di Capodanno, Giorgio Napolitano è apparso alla maggioranza dei telespettatori come un serio e attempato esponente della Casta, volenteroso ma inadeguato a fornire le soluzioni migliori ai problemi complessi del Paese, in gran parte creati, con l'ex dirigente del Pci di Togliatti silente, dai capataz della partitocrazia. La scuola delle Frattocchie ha formato buoni "quadri" del "partitone rosso" ma le sue lezioni, i suoi artifizi retorici, come la lettura delle suppliche dei cittadini, appartengono ormai alle polverose, e non sempre gloriose, pagine della storia italiana. 

Quanto alla definizione ("calunniosi") degli attacchi di Marco Travaglio al Quirinale, è apparsa abissale la distanza tra la concezione del silente e felpato ex parlamentare campano di lungo corso del Pci, dal lontano 1953, e quella delle moderne democrazie, laddove la funzione della stampa non nell'ossequiare i potenti, o intervistarli in ginocchio, ma nel "morderne" i polpacci, viene considerata essenziale. Il Capo dello Stato- è avvenuto in tempi recenti in America con Clinton e in Francia con Chirac e Sarkozy- non "condanna" o "scomunica" i giornalisti critici nè li inquadra in presunti, torbidi complotti. Ma, al contrario, affronta, nel merito, le contestazioni e, se è in grado di farlo, le confuta. Al fine di diradare le ombre e restituire trasparenza all'istituzione che, pro-tempore, è chiamato a presiedere. Alla fine del 2013- caratterizzato dal declino, quasi certamente irreversibile, del berlusconismo, dal fallimento dei tecnici di Monti e dall'avvento di un giovane e rampante Sindaco, Renzi, alla guida del primo partito- è apparso chiaro il tramonto, mesto ma inevitabile, di Napolitano.

Re Giorgio, soprattutto a causa della mediocrità degli altri attori del teatrino politico, in questi 8 anni, soprattutto nell'ultimo, ha servito il Paese, in una fase molto delicata. Va ringraziato, anche per aver evitato, con abilità, che a Palazzo Chigi ascendesse il modesto post-comunista Pigi Bersani. Ma si è attribuito supplenze, ha assunto decisioni e ha accentrato sul Colle troppi poteri, che la Costituzione non affida al Presidente. Meglio presto che tardi, dunque, una volta cestinato il pessimo "Porcellum" e varata una buona legge elettorale, è giusto riprendere la strada maestra e togliere ai cittadini il ruolo di semplici e sempre più, non a torto, sfiduciati comprimari. Restituendo a loro la dignità e la facoltà di scegliere i nuovi governanti e di indicare la priorità dei tanti problemi e drammi del Paese, in primis quelli delle regioni meridionali dimenticate colpevolmente, sinora, trascurati.

 Di Pietro Mancini

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