Il m5s è a un impasse. Tentare il tutto per tutto pur di governare, alleandosi con i nemici di sempre, ovvero i partiti tradizionali e in primis il Partito Democratico, oppure tornare all’opposizione e riprendere la politica del dito puntato sugli errori altrui senza prendersi le responsabilità di Governo?
Luigi Di Maio e Davide Casaleggio sembrerebbero propendere per la prima ipotesi tanto che, negli ultimi giorni, almeno sulle pagine ufficiali sono stati abbandonati (dopo molti anni) i toni aggressivi contro le altre forze politiche ed è stata tesa la mano all’antagonista di sempre, ovvero il Pd che, per la maggior parte, a partire dal segretario dimissionario Matteo Renzi, sarebbe proclive a non accettarla.
Ma Dagospia fa uscire un rumor secondo il quale Beppe Grillo, il fondatore del m5s, sarebbe contrario all’inciucio con i nemici storici, inciucio che andrebbe contro i princìpi del Movimento (o almeno quelli che restano, visto che sono stati via via calpestati tutti).
Sulla faida che opporrebbe Grillo alla policy dell’erede di Gianroberto Casaleggio e del suo protegé Luigi Do Maio, già molto è stato scritto prima delle elezioni, e anche sul piano B (o piano “DB” alias Di Battista) per dare vita a un movimento nuovo ma in realtà tradizionale e imperniato sui valori fondanti di quello originario. Un escamotage che permetterebbe anche di arginare il problema del simbolo che i ricorsisti guidati dall’espulsa Marika Cassimatis e dall’avvocato Lorenzo Borrè potrebbero a tutti gli effetti togliere legalmente al m5s con esiti imprevedibili.
L’esito elettorale, dunque, non dà filo da torcere soltanto al Pd, dilaniato dal redde rationem post voto, ma anche al vincitore morale, ovvero al m5s che, di fronte alla prova del fuoco del possibile governo, risulta tentennante e diviso.

