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Oggi e domani si vota. Ma il futuro del Paese è fosco: serve un piano d’emergenza

La guerra sarà lunga e terribile. Le imprese sono allo stremo, i salari fermi, l’inflazione tornerà a correre: che cosa si vuole fare?

Oggi e domani si vota. Ma il futuro del Paese è fosco: serve un piano d’emergenza

In tempi di crisi, la politica deve ritrovare compattezza e non un’unità di facciata. Il commento del direttore

Oggi e domani gli italiani tornano alle urne per il referendum. È uno di quei momenti in cui la democrazia smette di essere parola astratta e torna concreta: scheda, matita, scelta. Sondaggi e indiscrezioni sono vietati, ed è giusto così. Ma sarebbe ipocrita fingere che il quadro sia chiaro: non lo è. La partita è aperta, incerta, probabilmente sul filo. Ed è il riflesso di un Paese diviso, attraversato da dubbi, stanchezze, diffidenze.

Fin qui la cronaca. Ma il problema vero arriva dopo. Perché il referendum, qualunque sia l’esito, non risolve nulla da solo: non mette soldi nelle tasche degli italiani, non abbassa i prezzi, non alza i salari, non ridisegna il ruolo dell’Italia in un mondo che corre veloce. E il mondo, nel frattempo, non aspetta. La guerra continuerà a produrre effetti economici e geopolitici pesanti, l’inflazione – che qualcuno dava per archiviata – torna a mordere, i salari restano fermi e le imprese si muovono in un contesto sempre più incerto. E l’Europa? Rischia di trovarsi stretta tra Stati Uniti e Cina, sempre più aggressivi.

Il rischio è semplice: fare la fine del topo. In questo scenario, continuare a dividersi su tutto – referendum compreso – è un lusso che non possiamo più permetterci. Non significa annullare le differenze, ma capire le priorità. E oggi la priorità è una sola: tenere insieme il Paese mentre tutto intorno si muove.

La politica deve ritrovare compattezza. Non un’unità di facciata, ma la capacità di convergere sulle scelte strategiche: energia, industria, salari, posizionamento internazionale. Perché se non lo farà, il rischio non è perdere una battaglia elettorale. È perdere terreno, ancora. E a quel punto non ci sarà referendum che tenga.