Ormai non ci sono più dubbi. Enrico Letta riuscirà nell’impresa di formare il governo di larghe intese. Sabato dovrebbe essere il giorno della svolta quando il vicesegretario del Pd salirà al Colle per sciogliere la riserva e dare vita a quello che per non pochi deputati del Pd è un abbraccio mortale. Un colpo esiziale al già terremotato Partito democratico, uscito a pezzi dalle elezioni del 24 e 25 febbraio e soprattutto dopo i ripetuti smacchi sull’elezione del presidente della Repubblica. Proprio il Pd è chiamato ora a un atto di responsabilità e per questo lo stato maggiore del partito chiede di votare compatti la fiducia a Letta. Chi non la voterà, sulla falsariga di quello che avveniva all’epoca del Pci quando vigeva il centralismo democratico, verrà molto probabilmente espulso dal partito come già ha minacciato il lettiano di ferro Francesco Boccia.
Anche perché, non essendoci il voto segreto e i famigerati franchi tiratori, si capirà subito chi ha tradito. Ma se il voto di fiducia appare scontato, il percorso del nuovo governo si preannuncia irto di ostacoli. Saranno soprattutto i provvedimenti economici e sulla giustizia da adottare quelli su cui si formeranno le crepe più profonde. E c’è da giurare che le varie anime dei Democratici, da quella liberal a quella più vicina alla Cgil, si scontreranno in una guerra senza esclusione di colpi. Proprio dal Pd dunque il premier incaricato dovrà guardarsi per non incagliarsi nelle secche di una Vietnam parlamentare. E quindi, giocando sul nome del neo premier, il Pd non deve piangere sul Letta versato.
