Indro Montanelli mi disse un giorno: «Se non vuoi pentirtene, non parlare mai bene di un politico». Riconosco che questa massima ha un solido fondamento e gode di reiterate e quasi unanimi conferme. L’unica costante eccezione in quest’ultimi 40 anni, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, è per me rappresentata da Giovanni Marcora, non a caso unanimemente dimenticato dalla cronache politiche che, da noi, sono quasi sempre costruite per inseguire le patacche con il bling-bling. Ma questa volta rinuncio alla prudenza e mi lascio andare per lodare l’accorto ed esemplare gioco di squadra condotto perfettamente, nella fora e nella sostanza, dal trio Gentiloni-Calenda-Padoan sull’acquisto della maggioranza dei cantieri navali francesi Stx da parte della italiana Fincantieri.
I fatti sono noti ma meritano di essere riassunti per essere capiti nel loro vero significato. I soci di maggioranza dai cantieri francesi Stx erano dei coreani che hanno dovuto ritirarsi perché furono travolti dal loro fallimento. L’allora presidente della repubblica francese, François Hollande, preso in contropiede da questa vicenda, per evitare ulteriori guai all’Stx, invocò il subentro della Fincantieri che accettarono di entrare purché con la maggioranza del capitale che venne loro accordata. Di lì a poche settimane venne nominato nuovo presidente della repubblica francese Emmanuel Macron che, a dispetto della sua immagine, sempre più di cartapesta, di europeista convinto, stracciò platealmente il contratto già sottoscritto dalla Fincantieri con Stx, offrendo, in subordine, ospitalità alla Fincantieri, a condizione però che la società italiana non disponesse più della maggioranza. In altre parole, Macron, con una faccia di bronzo che non ti dico, accettava i capitali della società italiana ma non consentiva a essa il diritto di pilotare la società acquisita con i suoi soldi.
Di fronte a questo comportamento inaccettabile, perché economicamente e politicamente cialtrone, il governo italiano, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda (un ministro ragionevole ma che non si fa mettere i piedi sulla pancia da nessuno; una vera rarità, sinora, in Italia) e con la pronta condivisione della strategia di resistenza da parte del premier Gentiloni e del ministro dell’economia Padoan (altra novità in Italia, anche questo team solidale e coeso) chiarì subito a Macron e agli uomini del governo transalpino che lo sgarbo istituzionale non sarebbe stato ingoiato (come si usava fare, un tempo, con il tuorlo delle uova fresche piazzato su un cucchiaio da tavola) e che, anzi, l’Italia chiedeva a Parigi, una cosa ovvia, normale ma anche ultimativa: il puro e semplice rispetto del contratto liberamente sottoscritto dalla due parti.
A questo punto, continua Magnaschi, venuta meno ogni arrendevolezza da parte italiana, Macron ha dovuto cedere agli italiani la maggioranza di Stx, facendo così una figura barbina agli occhi dei francesi che si attendevano invece che Finmeccanica venisse arrotata da Giove in persona. Ovviamente, per cercare di evitare il cappotto, Macron ha introdotto, in zona Cesarini, delle clausole che però non inficiano la maggioranza alla Fincantieri.
Questa vicenda, vittoriosa per gli italiani, non è stata ottenuta battendo i pugni sul tavolo (come un altro politico suggeriva di fare) ma facendo valere, con educazione e fermezza, la ragioni contrattuali che andavano salvaguardate. Il futuro dell’Italia in Europa non si ferma certo a questo episodio ma dovrà proseguire e svilupparsi in questa logica. Difendendo cioè, da una parte, gli interessi nazionali e ricercando, dall’altra, gli interessi comuni. Adesso che la Germania è indebolita e la Francia lo resta (sempre ieri ha dovuto cedere i treni ad alta velocità dell’Alstom alla tedesca Siemens e un mese fa aveva ceduto sempre ai tedeschi Fnac e Darty). C’è spazio, in Europa, per un terzo protagonista, oltre alla Germania e alla Francia. Speriamo che l’Italia sia all’altezza di questo compito.
