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Palazzi & potere
Popoli europei più uniti e solidali di quanto non lo sia l'Unione europea

L'annuncio dato da Angela Merkel al popolo tedesco sulla crisi pandemica che ha invaso anche la Germania ha assunto connotati di particolare rilevanza. Basti ricordare, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, che la Cancelliera era la prima volta che rivolgeva al suo paese un appello ufficiale, nei suoi pur lunghi 15 anni di governo, che hanno attraversato le tre legislature di cui lei è stata la leader dell'esecutivo di Berlino. Ebbene, in questo discorso meditato, anche perché estremamente solenne, la Cancelliera del paese che oggi costituisce l'asse portante dell'Europa unita non ha mai citato una volta il termine Europa.

Analogamente, il presidente francese Emmanuel Macron, nel dichiarare, altrettanto solennemente, al suo paese, l'inizio della guerra contro il coronavirus, non ha mai sentito la necessità di nominare, nemmeno una volta, l'Italia, il paese confinante con la Francia e che aveva sperimentato, con un anticipo di un paio di mesi, i morsi di questa pandemia. L'Italia infatti, suo malgrado, ha svolto un ruolo di cavia a grandezza naturale, soprattutto per la Francia, nell'evidenziare che cosa capita quando una vasta parte di un grosso paese viene invasa dal Covid-19.

Questi due fatti, tutt'altro che episodici, dimostrano che la costruzione europea non è mai stata fragile come adesso. Di fronte a un virus, temibile fin che si vuole, ma che resta sempre solo un virus, la costruzione europea, che da parte di molti entusiasti era stata descritta come destinata a durare nei secoli, così com'è, anzi estendendosi e approfondendosi sempre più, non solo ha vacillato ma sta ancora vacillando. Non a caso, alla prima grossa difficoltà, Germania e Francia si sono immediatamente ripiegate su loro stesse, in difesa del loro particulare. Non si sono chieste che cosa possono fare, assieme agli altri 25 paesi dell'Europa Unita, ma hanno subito pensato, prima di tutto, come possono cavarsela da sole, con una misera strategia ombelicale che stupisce rilevare che essa si sia espressa addirittura nei due motori dell'Europa che però, al momento del bisogno, si sono purtroppo comportati come degli Schettino qualunque.

Chi fa queste considerazioni non è un anti europeista. Ma è uno che, essendo da sempre filo europeista e rimanendolo tutt'ora, ha capito che un'Europa costruita così male non ha un futuro solido e durevole. Quest'Europa infatti ha, nei suoi sgangherati e squilibrati meccanismi di governance, sovente addirittura antidemocratici, gli elementi stessi per il suo ridimensionamento che potrebbe portare anche al suo collasso che sarebbe esiziale per tutti. Chi non denuncia questi squilibri e si accontenta di vivere sul tran-tran di sempre è un apparente filo europeista ma, nella sostanza, è un feroce anti europeista, nascosto, magari (o incosciente, può anche essere) ma non per questo meno pericoloso.

Gli errori sinora commessi sono tanti. Il tempo sprecato si è rivelato eccessivo. I benefici distribuiti sono stati cospicui, soprattutto a vantaggio di Francia e Germania, che hanno, da sempre, in mano il volante della Ue. E purtroppo questi non sono tempi per riuscire a togliere, in termini economici o di potere, il troppo che è stato sinora concesso a quei paesi. Non è mai facile infatti rimettere nel tubo la pasta dentifricia fatta uscire in modo disordinato e discutibile. L'operazione, anche se molto difficile, però deve essere fatta.

La Ue, ad esempio, non possiede una Costituzione (che fu bocciata dai francesi che poi adesso fanno le schizzinose verginelle in termini di purezza europea). Ma, ciò nonostante, la Ue è di fatto sovraordinata ai singoli stati europei in base a un orribile kamasutra che definire democratico sarebbe insostenibile. La Ue inoltre ha un Parlamento che, per quanto riformato, è tale solo di nome ma non di fatto: non è un Parlamento perché, ad esempio, non ha neanche la possibilità di proporre un disegno di legge alla onnipotente Commissione Ue.

La Ue inoltre non possiede una sua forza armata (anche questa, allora si chiamava Ced, venne bocciata dalla Francia, sì sempre la stessa che si descrive come la più europeista delle nazioni). Ma senza una sua forza armata idonea a difendere gli interessi di 512 milioni di persone, la Ue non può neanche avere una sua politica estera, tant'è che fu affidata alla Mogherini, una signora che aveva come curriculum quello di essere stata collaboratrice personale di D'Alema e che infatti non contava nulla, come non conta nulla chi le è succeduto. La Mogherini contava solo nei grandi giornali italiani che le dedicavano interviste a pagina intera piene di nulla. Ma non era colpa della Mogherini se non contava nulla, la sua virtualità dipendeva dal fatto che, soprattutto i grandi stati europei, la politica estera vogliono farsela da soli. Siamo sempre alla Francia e alla Germania dato che l'Italia non è mai stata invitata al pranzo delle grandi relazioni internazionali di Francia e Germania (fatte per conte della Ue, e utilizzandone il suo peso) ma semmai veniva successivamente chiamata a pagarne le spese a digestione già iniziata, da parte degli altri, è ovvio.

Un quadro di questo tipo (che corrisponde assolutamente ai dati di fatto) esige un enorme sforzo riformista nel quale si stanno muovendo efficacemente gli stati Est europei e dal quale invece sono quasi totalmente assenti gli stati piagnoni del Mediterraneo che non chiedono alla Ue di riformarsi ma preferiscono presentarsi a Bruxelles con il cappello in mano a mendicare l'obolo. Ma in questo quadro fosco, se lo si guarda bene, al di sopra della coltre di fumo dei media variamente di regime, si scoprono degli elementi di speranza. Essi dimostrano che, se la Ue istituzione è affetta da artrosi deformante, gli europei sono sempre più uniti, più solidali, più permeabili. Vorrà pur dire qualcosa se, mentre la Merkel puntava sul suo ombelico, la città da Berlino abbia deciso di ospitare, nel suo più grande ospedale, dei malati italiani di Covid-19 (la notizia è stata data, ieri, solo da ItaliaOggi e qualche motivo ci dovrà pur essere, di questa cecità). Anche a Parigi sono sorte numerose iniziative spontanee della gente siano di solidarietà verso l'Italia. Chi ha delle relazioni personali con questi paesi ha modo di constatare che, specie nella classe dirigente medio–alta (quella altissima invece resta cialtronamente nazionalistica) si è sviluppato lo spirito europeo. Quest'ultimo spirito è cresciuto sulle ali dei molti Erasmus, delle frontiere eliminate, delle lingue straniere sempre più conosciute, del web che avvicina la gente e soprattutto i giovani. È questo il terreno di coltura nel quale operare, ancora più di quanto sia stata sinora fatto, per creare lo spirito europeo. Ai politici si chiede solo di non mettere i bastoni tra le ruote di questo processo di miscelazione nel quale le università, i centri di ricerca, i grandi ospedali e le grandi fabbriche possono giocare un ruolo di primo piano.

L'esempio del boom di Milano, poco studiato ma a tutti evidente, è da manuale. Milano infatti era una città disastrata che, nel giro di poco più di un decennio, aveva perso tutte le sue grandi fabbriche e il suo imponente indotto (dalla Falk all'Alfa Romeo, all'Innocenti). Il buco quasi post-bellico è stato subito riempito dall'iniziativa delle grandi istituzioni culturali e dai nuovi business, spesso corpuscolari, senza chiedere niente a nessuno. Il centro di Milano, da parte sua, è diventato un grande business shop di livello internazionale. Ma recentemente il Comune di Milano, anziché assecondare questo processo (che non gli costa niente ma che, anzi, gli rende un sacco di soldi) ha addirittura deliberato che nel centro di Milano non debbano più farsi nuovi investimenti nei grandi magazzini di altissima qualità tipo la Rinascente. Una decisione, questa, che va contro l'attrazione internazionale, l'effervescenza sociale, i posti di lavoro. Milano e gli europei hanno la forza e le idee per far muovere il mondo. Lasciamoli quindi esprimere anziché gettare sul groppone degli idraulici (dico degli idraulici!) una normativa di circa 700 pagine. Immaginiamoci gli altri operatori. Non solo l'Italia ma anche l'Europa possono morire di burocrazia. Chi intraprende e rischia merita più rispetto.

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