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Politica
Napolitano, Monti e Passera. Il piano c'era, eccolo. Esclusivo


Di Sergio Luciano
 

"Una svolta radicale sulla politica economica": era il senso del documento programmatico per il rilancio dell'economia italiana che l'allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera aveva riservatamente preparato per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell'estate del 2011. Non un piano di governo - non era quella la richiesta - ma un contributo di analisi e terapia per una situazione che, tra spread in rialzo ed economia reale in avvitamento, sembrava avviarsi verso il default.

L'esistenza, al Quirinale, del documento-Passera, rivelato quasi tra le righe dall'ex premier Mario Monti nell'intervista ad Alan Friedman per il suo libro "Ammazziamo il gattopardo", è in realtà la prova migliore del fatto che sia stato appunto Napolitano, e non Monti, a puntare sul banchiere come responsabile dello Sviluppo economico, ed è anche la spiegazione più diretta di quel dissimulato ma sostanziale stop-and-go che che Monti, o meglio il suo ministro per l'Economia Vittorio Grilli, operò su molte delle iniziative di Passera; spiega, inoltre, che il cumulo di deleghe caricato sulle spalle del banchiere non nacque da un suo capriccio ma da un input di quelli che non si devono discutere.

Secondo Passera, in quello scorcio di 2011, tra primavera ed estate, il Paese rischiava la tenuta sociale e la perdita della sua sovranità economica, e quindi politica, il che avrebbe spalancato le porte alla Troika, che era pronta a commissariarci.

Per lui, al centro dell'intervento c'era - e c'è, come si vede dal suo programma di massimo per il nuovo partito - un ridisegno della fiscalità tra individui e imprese, per riequilibrare la pressione erariale tra lavoro (da alleggerire) e capitale (da tassare di più); l'obiettivo era quello di aumentare i redditi disponibili e contemporaneamente la produttività, reprimere l'evasione, rimettere in gioco gli asset pubblici - un trilione di miliardi di cui secondo il banchiere, neanche il 10% viene messo al servizio della crescita - e intervenire sulla spesa pubblica non più con i tagli lineari ma azzerando alcuni settori e rifinanziando altri. Un lungo capitolo riguardava la Pubblica amministrazione, affardellata dalla burocrazia ma anche da strutture vecchie, con 4000 centri di elaborazione dati, laddove ne basterebbero molti meno, novemila anagrafi, ciascuna con i suoi software incomunicabili con gli altri...

Alcune delle cose fatte da Passera nel suo anno di ministero erano ovviamente comprese nel piano: la Strategia Energetica Nazionale, col taglio ai contributi allegri per le rinnovabili, il piano per incentivare le start-up, i minibond per disintermediare le banche, e un po' di norme per la maggiore concorrenza nel settore assicurativo. C'era, poi, il via al pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione verso le aziende, che Passera, da ministro, avviò ma l'Economia non finanziò, per cui oggi ne sono stati rimborsati poco meni di 20 miliardi sugli oltre 100 cui ammontano.
 

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