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Politica

Di Tommaso Cinquemani

patrizia toia

"L'Europa deve adottare una politica industriale comune per assicurare la 'rinascita' del settore manifatturiero". Patrizia Toia, eurodeputata del Pd e vicepresidente della Commissione industria, analizza con una intervista ad Affaritaliani.it il ruolo dell'Ue nel rilancio dell'economia comunitaria. "Dobbiamo rispondere insieme, come europei, alla concorrenza internazionale, anche alleggerendo quella interna e trovando forme di coordinamento più forti". Secondo Toia le risorse ci sono: "Per i prossimi sette anni sono stati stanziati 70 miliardi dedicati alla ricerca, senza contare i fondi strutturali". Ma l'Italia ha un triste primato: "Ci dobbiamo attrezzare per spendere questi fondi. E' impensabile che si usi meno della metà di ciò che avremmo a disposizione".

 

Onorevole Toia, l'Unione europea ha una politica industriale condivisa?
"L'Europa, proprio in questi ultimi anni, sta costruendo una politica industriale comune. E' la Commissione che si occupa di definire tale politica, ma l'Europarlamento, e in particolare il gruppo Socialisti e Democratici, a cui appartengo, è anch'esso attivo protagonista sul tema e ha elaborato proposte di iniziativa su vari aspetti, quali l'innovazione, l'energia e il passaggio ad un'industria a zero emissioni".

I Trattati europei definiscono l'ambito di competenza dell'Europa sul piano della politica industriale? Parlamento e Commissione quali poteri hanno a riguardo?
"In effetti non c'è ancora una competenza completa definita, ma in attesa che i Trattati vengano modificati possiamo già agire sfruttando le basi giuridiche che abbiamo a disposizione, come quella che riguarda la ricerca scientifica, oppure la concorrenza, l'energia e il mercato interno. Storicamente la Commissione si è sempre molto concentrata sul raggiungimento di alti livelli di concorrenza all'interno del mercato comunitario pensando che questo bastasse a favorire la crescita  economica e dunque anche industriale. Oggi invece ci si rende conto che per assicurare una 'rinascita'  industriale e una tenuta del mondo produttivo bisogna guardare al mercato globale. Dobbiamo rispondere insieme, come europei, alla concorrenza internazionale, anche alleggerendo la concorrenza interna e trovando forme di coordinamento più forti, attraverso una politica industriale comune che si preoccupi dell'economia reale".

Ogni Stato però sembra adottare delle politiche industriali proprie, è così?
"I Paesi devono fare la propria politica industriale, cioè la propria parte, ma per certi campi e per certi strumenti è necessario avere un approccio continentale, anche da parte degli Stati membri. In settori come l'acciaio, le telecomunicazioni e l'auto, per citarne solo alcuni, serve una politica europea industriale di sostegno alla ricerca e di apertura verso i mercati esteri. Ogni Paese può incentivare la nascita di nuove start-up, ma l'Europa può mettere in campo risorse molto più ingenti e sistemiche, tali da creare una massa critica sufficiente a sostenere la spinta all'innovazione. Dobbiamo competere con gli Stati Uniti che hanno ripreso una forte reindustrializzazione e con altri mercati altrettanto vivaci e innovativi".

Qualcuno si potrebbe chiedere se non sia il caso che l'Europa punti tutto sul settore terziario, lasciando a Cina e Brics il compito di produrre i beni di largo consumo.
"Il nostro continente non deve rinunciare alla sua vocazione manifatturiera, col rischio di diventare dipendente, per i beni primari, da altre aree del mondo. I servizi, senza una base industriale cui collegarsi, non hanno prospettive di grande crescita. Il sistema europeo ha perso produttività, ma dobbiamo avere fiducia perché quello che stiamo vivendo non è un declino irreversibile. L'industria rappresenta ancora molto nell'economia europea: è il 75% delle esportazioni, mantiene un posto di lavoro su tre, occupando 57 milioni di persone e rappresenta l'80% delle spese in ricerca e sviluppo. Naturalmente per invertire la tendenza al declino bisogna reagire, investire in ricerca e sviluppo, affrontare lo spinoso tema del costo dell'energia (particolarmente pesante in alcuni Paesi come l'Italia) e il problema del credito. Alcuni Stati si sono accorti della necessità di un coordinamento europeo, altri no. Di certo c'è una richiesta forte da parte degli imprenditori e delle parti sociali di trovare risposte anche a livello comunitario. Il prossimo semestre europeo di presidenza italiana si concentrerà molto su questo tema".

Allo stato dell'arte che cosa fa l'Europa per la ricerca?
"L'Ue sta facendo molto, basti pensare che Horizon 2020, l'ottavo programma quadro per la ricerca, è l'unico programma che vede un incremento di risorse nel prossimo bilancio pluriennale che, purtroppo, per la prima volta nella storia europea, registra una diminuzione di risorse rispetto al bilancio precedente.  Ci sono infatti più di 70 miliardi per i prossimi sette anni dedicati alla ricerca. Una parte (17 miliardi) è dedicata alla "leadership industriale" e sarà riservata a progetti di ricerca e di innovazione tecnologica da trasferire nei processi e nei prodotti industriali, con particolare riferimento alle Pmi per le quali è stata fatta una apposita riserva. A secondo dei programmi la percentuale è differente, in ogni caso sul totale delle sfide alle Pmi è riservato il 20% delle risorse".
 

strasburgo (6)

C'è qualcosa anche nei programmi strutturali per la Politica di coesione?
"Certo, chi fa ricerca e investe nell'innovazione industriale potrà rientrare nei programmi regionali di utilizzo di fondi. Infatti nel regolamento sui fondi regionali noi abbiamo fatto una concentrazione tematica, cioè abbiamo definito pochi campi nei quali possono essere usate le risorse. Tra queste priorità ci sono anche l'innovazione e la ricerca per lo sviluppo territoriale. Il problema adesso è 'attrezzarsi' per spendere i fondi velocemente e in maniera efficace. A livello territoriale, Regioni, imprenditori, università e centri di ricerca si devono attivare per accedere a queste opportunità. E' incredibile che l'Italia sfrutti meno della metà dei fondi che ha avuto a disposizione nei sette anni precedenti ed è 'condannabile' che li abbia spesi a volte per progetti non propriamente prioritari".

In un momento di crisi come questa l'Europa come può reperire le risorse necessarie per investire nella crescita del settore industriale?
"L'Europa ha bisogno di trovare nuove risorse senza imporre tasse, anche perché non può farlo e personalmente non ritengo che sia giusto che lo faccia. A livello comunitario ci stiamo muovendo per eliminare i paradisi fiscali del Vecchio Continente e per lottare contro evasione ed elusione. Questo porterebbe maggiori entrate fiscali che potrebbero finanziare la politica industriale europea e anche grandi progetti di investimento.  Inoltre dobbiamo evitare di dare contributi a fondo perduto, ma puntare su iniziative imprenditoriali finanziate attraverso il fondi di garanzia, risk-sharing, fidejussioni e sostegno al 'venture capital'. In questo modo si immettono fondi nel sistema economico che, a loro volta, attirano capitali privati. Infine bisogna fare in modo che il credito che arriva dalla Bei non si fermi alle banche, ma arrivi alle imprese. Un altro modo per trovare risorse per gli investimenti europei e per programmi di rilevanza comunitaria è quello di emettere euro bonds a livello europeo, cioè forme di titoli e obbligazioni garantiti a livello comunitario".

E' indubbio che il settore manifatturiero europeo ha risentito della concorrenza di paesi come la Cina, l'India o il Brasile, dove la manodopera costa meno e ci sono condizioni più vantaggiose per chi fa impresa. Crede che l'Europa debba imporre dazi alle importazioni provenienti da questi paesi?
"Non credo che i dazi possano risolvere il problema. Servono invece politiche commerciali internazionali coordinate e più attente a tutelare e promuovere i nostri interessi industriali nella competizione globale. Se noi liberalizziamo, anche gli altri devono liberalizzare. Se noi aboliamo i dazi, anche gli altri devono farlo. La parola chiave è 'reciprocità', almeno per i paesi che sono nell'Organizzazione mondiale del commercio. Un'altra cosa naturalmente sono le relazioni con i Paesi in via di sviluppo caratterizzati da gravi povertà e difficoltà, coi quali naturalmente l'approccio è diverso perché è orientato alla cooperazione internazionale allo sviluppo. Ci tengo poi a dire una cosa".

Prego.
"Quando parliamo di politiche industriali il nostro gruppo, Socialisti e Democratici, punta su due principi. Primo, che lo sviluppo sia 'verde', a bassa emissione di carbonio. Non solo per tutelare l'ambiente e i cittadini, ma perché l'industria 'verde' è il futuro e l'Europa può essere competitiva. Inoltre chiediamo che lo sviluppo industriale metta al primo posto l'occupazione, dobbiamo dare lavoro, e lavoro qualificato, ai cittadini europei".
 

 twitter@Tommaso5mani

Tags:
patrizia toiaeuropapolitica industriale
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