“La storia non ha scolari”: così il centrodestra rischia di sprecare il primato della sua leader
“La storia insegna, ma non ha scolari”, scriveva Antonio Gramsci. E il centrodestra, oggi, sembra volerlo dimostrare ancora una volta.
Partiamo da un punto fermo. Giorgia Meloni ha fatto, fin qui, quello che pochi leader italiani sono riusciti a fare negli ultimi vent’anni: trasformare una vittoria elettorale in una leadership riconoscibile, stabile, internazionale. Non era scontato. Non lo è mai stato. E va detto, senza giri di parole.
Il problema non è lei. Il problema è tutto quello che le gira attorno.
Perché il centrodestra rischia seriamente di fare ciò che in Italia riesce benissimo: buttare via da solo un vantaggio competitivo costruito con fatica. Non per mancanza di consenso, ma per errori di lettura.
L’errore, grave, risale al 2022. L’idea – semplicistica, quasi infantile – che i voti delle elezioni politiche fossero automaticamente trasferibili su qualsiasi altro terreno. Ma la politica non funziona così. E soprattutto, un referendum non è un’elezione.
Il referendum mobilita meno, seleziona diversamente, disintermedia. E infatti il risultato è lì a dimostrarlo: quel bacino elettorale non era disponibile, non in quei termini, non con quelle dinamiche.
Eppure, dentro il centrodestra, qualcuno continua a ragionare come se nulla fosse successo. Come se bastasse evocare numeri passati per garantirsi risultati futuri. È qui che nasce il rischio vero: non perdere contro qualcuno, ma perdere contro se stessi.
Giorgia Meloni, invece, ha ancora margine. E anche qui va riconosciuto: ha dimostrato di avere una capacità che altri non hanno avuto, quella di tenere insieme consenso interno e credibilità esterna. Ma adesso si apre una fase diversa.
Un anno. Dodici mesi per trasformare la leadership in riconferma.
E qui il passaggio è obbligato: serve una campagna elettorale vera. Non amministrazione ordinaria, non gestione quotidiana, ma politica nel senso più pieno del termine. Serve una squadra compatta, leale, senza rumori di fondo. Serve eliminare – rapidamente – attriti, personalismi, piccoli cabotaggi.
Perché mentre il centrodestra discute, dall’altra parte qualcosa si muove. La sinistra, quasi senza meriti propri, si ritrova oggi con un vantaggio nei sondaggi – lo certifica anche SWG. Un vantaggio fragile, certo. Ma reale.
E qui sta l’ironia della storia. Una sinistra che può permettersi perfino di dettare le carte. Peccato che non sia capace di farlo.
Troppa frammentazione, troppe contraddizioni, troppa distanza tra ambizione e capacità. Ma attenzione: in politica non serve essere bravi per vincere. A volte basta che l’altro sbagli.
E allora il punto è tutto qui. Giorgia Meloni ha dimostrato di saper vincere. Ora deve dimostrare di saper proteggere la vittoria dagli errori degli alleati.
Perché il rischio non è l’alternativa. Il rischio è l’autogol.
E la domanda finale resta sospesa, come sempre in questo Paese: il centrodestra saprà restare all’altezza della sua leader, oppure finirà per indebolirla proprio mentre avrebbe bisogno di sostenerla?
In Italia, più che gli avversari, sono sempre stati i compagni di viaggio a fare la differenza.

