“Il partito che aveva guidato tre esecutivi ha subito una drastica sconfitta ed è stato respinto dagli elettori“.
Così si è espresso l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano nel suo discorso di apertura della XVIII legislatura al Senato.
Da Palazzo Madama Napolitano ha sciorinato un discorso istituzionale che però è divenuto anche politico, definendo il suo partito, il Pd, semplicemente un “partito”, ma non entrando nel merito di quello che è accaduto nel periodo del suo “regno”, non a caso fu definito “Re Giorgio” e che proprio il Pd ha finito per pagare con un conto assai salato, uscendo molto ridimensionato dalle urne.
Essendo Napolitano meridionale ha poi voluto rimarcare la sconfitta presa dal centrosinistra al Sud, dato incontrovertibile, ma a cui lui non è certo estraneo, avendo svolto il più alto mandato della Repubblica per un ciclo e mezzo e non avendo mai messo in atto, lui che massimamente poteva, correttivi alla dilagante crisi del Mezzogiorno d’Italia che ha prodotto (e produce ancora) disoccupazione, miseria e fame.
Più in generale ha parlato di disuguaglianze e “figli del popolo” con un inedito, per consolidata prassi istituzionale, utilizzo di un linguaggio schiettamente partitico, ma anche, meno male, di “insicurezza e allarme sociale”, ricordando giustamente la via maestra della non violenza in un periodo di intense tensioni sociali.
Insomma, Napolitano, parlando peraltro impersonalmente, ha voluto sostanzialmente scaricare sulla dirigenza de Partito Democratico ed in primis a Matteo Renzi la débâcle elettorale tirandosi del tutto fuori e questo non è certo una mossa elegante. Renzi a sua volta ha commentato che ora, dopo aver parlato molto, starà, come semplice senatore, “zitto almeno due anni”.
Non manca l’endorsement per Mattarella e l’invito ad avere “fiducia” nel Colle.

