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Politica


Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

In un film di tanti, tanti anni fa – “Vincitori e vinti” – si raccontava la vicenda di un processo, dopo la guerra, a un giudice tedesco che, nell’epoca nazista, aveva applicato le leggi di quel regime. Il giudice era un umanissimo Spencer Tracy, l’imputato un dolente e credibile Burt Lancaster, e il cast che li circondava stellare: da Marlene Dietrich a Maximilian Schell, da Montgomery Clift a Richard Widmark. Il tema era il contrasto fra il dovere del magistrato – quello di applicare la legge, che essa gli piacesse o non gli piacesse – e i suoi obblighi di umanità, nel caso l’applicazione della legge fosse andata contro la sua coscienza. Lo spettatore finiva col parteggiare per il magistrato, sperandone l’assoluzione. Ed effettivamente, verso la fine del film, un importante personaggio va a trovare il giudice per spiegargli che, in vista delle nuove relazioni fra gli Stati Uniti e la Germania post-bellica, una condanna del magistrato tedesco non sarebbe stata utile a nessuno dei due Paesi. Tracy vive un dramma di coscienza ma alla fine condanna il collega tedesco. Come per dire che il magistrato deve obbedire unicamente al proprio dovere e alla propria coscienza, non all’opportunità politica.

Allora vissi questa esperienza emotiva con la partecipazione di cui può essere capace un giovane. Da vecchio, vedo la vicenda diversamente. Quel ch’è peggio, la vedo come inverosimile. Quel magistrato eroico in tutti i sensi che per compiere il proprio dovere va oltre la simpatia umana per l’accusato e oltre l’opportunità politica (e dunque la sua carriera), è un personaggio di pura fiction. Il magistrato tedesco, nella realtà, sarebbe stato molto probabilmente assolto. Del resto, il processo di Norimberga -  che in quegli anni era molto meno lontano nel tempo - aveva forse avuto i crismi della legalità? Gli imputati erano accusati anche di reati che non erano tali nel momento in cui li avevano commessi, in barba al principio nullum crimen sine praevia lege poenali: per esempio la guerra d’aggressione; i reati contro l’umanità erano stati commessi – e lo sarebbero stati ancora dopo – anche dai Paesi di alcuni dei giudici. I magistrati sovietici non avevano il diritto morale di giudicare nessuno. Loro che negavano i gulag, il massacro di Katyn e dei prigionieri di guerra. E tuttavia si arrivò non solo alle condanne, ma anche alle impiccagioni. Non importa che alcuni di quei nazisti il cappio lo meritassero veramente e che si possa essere contenti della loro fine: se parliamo di diritto, il processo di Norimberga fu un obbrobrio.

Un film è solo un film, ma è triste pensare che la sua tesi sia fiction e il happy ending inverosimile. Nella realtà, ogni volta che il diritto penale incrocia la politica, ne escono sconfitti tutti e due. Se l’accusato è assolto, rimane il sospetto che la politica abbia fatto chiudere gli occhi sui suoi reati, se è condannato, rimane il sospetto che si sia voluto danneggiare un avversario politico, piuttosto che fare giustizia. Ed è triste che ad evitare questo orrendo risultato non basti nemmeno la coscienza del più scrupoloso dei magistrati. Lui personalmente magari saprà di avere emesso una sentenza che corrisponde soltanto al suo dovere, senza tener nessun conto della qualità dell’imputato, ma sarà l’unico a saperlo. E a crederci.

Ecco perché in Italia l’indigestione che abbiamo fatto di politici alla sbarra, dal 1993 - da quando cioè la magistratura ha avuto mano libera nel processare chiunque volesse - non è riuscita a convincerci che così si è moralizzata la vita pubblica, ma al contrario ci ha convinti del fatto che non abbiamo la più pallida idea di chi sia stato condannato benché innocente e di chi sia stato assolto benché colpevole. Invece di realizzare un discrimine fra i politici onesti e i politici disonesti, l’incrocio tra politica e diritto penale ha portato soltanto a screditare la giustizia penale. Per la sorte dei politici in primo luogo e poi di tutti.

Tutto ciò è tristissimo. Nel mondo primitivo si è alla mercé del più forte, nel mondo civile si ha il presidio del giudice penale. Ma se scade la fiducia in lui, non soltanto il cittadino può sentirsi alla mercé del più forte, ma deve anche temere che l’ingiustizia perpetrata nei suoi confronti si ammanti della solenne toga della giustizia.

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