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Politica

Matteo, con baldanza giovanile, guida il governo, anzi comanda i ministri, insofferente alle critiche, attribuite ai "gufi" e al disfattismo, convinto di cavalcare un'onda lunga di consensi personali superiori a quelli della "Ditta". E il giovane leader del Pd ricorda il Craxi dei tempi d'oro e della Milano da bere dei Trussardi e dei "Vèrsace". E non solo per i ceffoni, quello, reale, del manesco craxiano, Giorgio Gangi, e il recente, di Renzi, figurato ma altrettanto doloroso, che entrambi hanno affibbiato all'ex Presidente della Cassa dei depositi e prestiti, Bassanini, che era, agli albori del craxismo, un giovane e irrequieto deputato lombardiano del Psi.

Dario Nardella, renziano della prima ora e oggi Sindaco di Firenze, sottolinea le analogie tra Bettino e Matteo. Il successore di Letta parla chiaro, detesta i "rosiconi", è alle prese con un partito, il Pd, ancorato a vecchi schemi. Gli stessi che Craxi cercò, riuscendovi, di rompere nel 1976, quando ereditò la guida di un depresso e sonnolento Psi dal pacioso, e appiattito sul Pci, prof.De Martino.

E, come Bettino, che mandò in soffitta la falce e il martello nel simbolo, e liquidò Marx e Lenin, rivalutando Proudhon, non prima di aver dato di "intellettuale dei miei stivali" a Galli della Loggia, così l'ex primo cittadino di Firenze sta sfidando dei consolidati tabù. Non esita di ammettere che preferisce il furbo concittadino, Verdini, al sindacalista Landini, che ritiene un ostacolo al suo progetto di una sinistra riformista, di governo e maggioritaria.

Renzi è stato l'unico leader ad aver sfidato il vecchio apparato di ex Pci, poi con D'Alema e Veltroni, imponendosi, prima a Firenze e poi a livello nazionale.

Il segretario democrat sta puntando sulle riforme istituzionali, come fece, negli anni 80, il decisionista capo del Psi, che non riuscì a centrare l'obiettivo, dopo essere riuscito a battere Lama e Berlinguer, nel referendum sull'abrogazione della scala mobile, nei salari degli operai.

Claudio Martelli, che fu il braccio destro del "Cinghialone"milanese, abbattuto nel 1992 da Borrelli e Di Pietro, esorta il premier a puntare, con maggiore decisione, sull'elezione diretta del premier, spiegando : "La terza Repubblica nascerà solo se cambia la forma di governo".

Dopo il blitz, riuscito, per collocare un suo uomo, Costamagna, al vertice della Cassa Depositi e Prestiti, vedremo se Renzi ce la farà a cambiare anche i vertici della Rai e di altre roccaforti del "potere rosso". Sul Monte dei Paschi di Siena, sinora, è stato molto cauto.

Il craxismo durò 16 anni, ma Bettino non riuscì mai a far superare al Psi il 12 per cento. Il capo socialista, timido e burbero, incuteva timore negli avversari e pretendeva assoluta obbedienza dai craxiani. Ma, negli studi Tv, era impacciato, il suo eloquio era interrotto da lunghissime pause. Matteo, invece, ha conquistato molte simpatie, grazie al suo carattere guascone e gioviale. E i suoi nemici, nel Pd, non sono forti e organizzati come quelli che, nei primi anni del dopo-De Martino, combatterono la leadership dell'allievo di Nenni. Il deputato lombardo, mai amato da Scalfari e Andreotti, fu disegnato da Giorgio Forattini come un neonato, uscito dall'utero dell'ex compagno e corregionale di Mussolini, con l'aiuto di un'occhialuta levatrice, Mancini. Giacomo era stato determinante, nel comitato centrale del Midas, nella vittoria del giovane autonomista.

Altra caratteristica comune tra il defunto politico milanese e il rampante fiorentino, la ruvidezza di entrambi nei confronti non solo dei dissenzienti ma anche degli ex amici.

Craxi, ben presto, emarginò i vecchi leader storici ed esponenti, suoi coetanei, come Signorile e Manca, ascesi con lui al vertice del Psi. E subì l'elezione al Quirinale di Pertini, proposto da Mancini, in alternativa a Giolitti, che era il candidato del segretario.

Matteo, oltre ad aver serenamente sostituito Letta e rottamato i Veltroni, i D'Alema, le Bindi e le Finocchiaro, ha negato la Farnesina a Pistelli, il suo concittadino, di cui Renzi era stato amico e fedele collaboratore, inducendo Lapo, molto amareggiato, a lasciare la politica e a passare all'ENI.

Dopo questo divorzio e la freddezza con Orfini sul caso-Marino, non ci si può non interrogare sul trattamento, che "Betteo"  riserverà ai politici e ai manager non perfettamente allineati con il pensiero e le decisioni renziane...

Pietro Mancini

 

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