C’è un nome per il Quirinale, un nome super-coperto (almeno fino a questo articolo di Affaritaliani.it), ma che sta seriamente entrando nelle discussioni tra i big dei partiti, non solo della maggioranza e non solo del Centrosinistra. Fonti ai massimi livelli di diverse forze politiche rivelano che il vero candidato per succedere a Sergio Mattarella è Luciano Violante, classe 1941, nato in Etiopia, a Dire Daua, presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 1992 al 1994 e della Camera dei deputati dal 1996 al 2001. L’ex giudice istruttore (ha lavorato a Torino fino al 1977) nel 1979 si iscrisse al Partito Comunista Italiano e venne subito eletto deputato. Poi con la svolta della Bolognina di Achille Occhetto del 1991 entrò nel Partito Democratico della Sinistra.
Negli ultimi anni Violante ha evitato di entrare direttamente nell’agone politico, ritagliandosi sempre di più un ruolo di costituzionalista, seppur di sinistra. Dalla sua parte gioca il fatto che finora c’è sempre stata un’alternanza tra un Presidente cattolico e uno di sinistra e quindi, almeno in teoria, dopo Mattarella spetterebbe a un esponente che proviene dalla storia del Pci (come Giorgio Napolitano). Violante sicuramente avrebbe i voti convinti di tutto il Pd ma anche del Movimento 5 Stelle, come confermano ad Affaritaliani.it fonti grilline di alto livello. Anche per i renziani di Italia Viva quella dell’ex numero uno di Montecitorio è “un’ipotesi che non si può certo escludere. Anzi, interessante”.
Ma negli ultimi mesi – spiegano fonti qualificate – Violante ha anche lanciato importanti segnali al Centrodestra. Addirittura anche verso Fratelli d’Italia. Qualche giorno fa, ad esempio, parlando dell’empasse sul Copasir ha dichiarato: “Una legge c’è già e parla chiaro, basterebbe rispettarla” – traduzione: ha ragione Giorgia Meloni e la presidenza spetta a FdI. Ai piani alti della destra non è passata inosservata questa dichiarazione. Sulla Giustizia le parole di Violante sembrano fatte apposta per accontentare sia il M5S sia Forza Italia: Il tema della Giustizia è sempre divisivo, e il miglior modo per affrontarlo è coinvolgere tutte le parti politiche. Il fatto stesso che Marta Cartabia abbia tenuto come testo base quello della riforma Bonafede senza presentarne di nuovi è un segnale positivo, che aiuta a ridurre le contraddizioni. Non che non serva discontinuità, anzi”.
Un colpo al cerchio (riforma Bonafede che piace ai grillini) e un colpo alla botte (“Non che non serva discontinuità, anzi”, segnale ai berlusconiani). Violante, sottolineano le fonti, ha perfino parlato indirettamente alla Lega, forse a quella di Giorgetti se a quella di Salvini. “Alcune riforme sono indispensabili per mandare avanti il Paese. Nessuno nega che questo sia un governo d’emergenza, come dimostra l’anomalia della maggioranza, ma ciò non significa che si debba occupare solo di pandemia. Gli obiettivi fissati dal Recovery Plan, dalla transizione ambientale a quella digitale fino alla riforma del lavoro, non sono certo confinati alla legislatura in corso, riguarderanno intere generazioni. Gli stessi leghisti, peraltro, stanno studiando le riforme alla Camera e al Senato”. Insomma, altro che Franceschini e Delrio (o Cartabia), il nome coperto che potrebbe alla fine mettere d’accordo tutti o quasi, almeno assicurano chi vive quotidianamente nei Palazzi romani della politica, è quello dell’ex magistrato Luciano Violante.


