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Rai, politica, democrazia. Renzi non ha rottamato

Bensì aggravato i mali del servizio pubblico

Breve, e spero utile, riflessione di inizio 2017 (tanti auguri ai lettori !) sulla Rai, sui giornalisti, sulla loro (grande o scarsa ?) autonomia dai partiti, sulla politica, con la p minuscola, a differenza del passato.
Cercherò di esser breve. Come i lettori di Affaritaliani.it sanno, ho scritto un libro, edito da Pellegrini : “…Mi pare si chiamasse Mancini”. L’ho vergato non solo, ma soprattutto, per ricordare, nel centenario della nascita, l’attività, significativa, di Giacomo Mancini (1916-2002) : leader socialista pre-Craxi, autonomo dal Pci di Berlinguer e dalla DC di Forlani, ministro nei governi di centrosinistra, rimpianto Sindaco di Cosenza, deputato garantista, meridionalista dei fatti e non delle chiacchiere.
Mio padre, da ministro della Sanità, introdusse il vaccino del prof.Sabin, che salvò milioni di bambini dalla poliomielite, e realizzò, in 8 anni, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, poi trascurata, completamente, dai suoi successori ai Lavori pubblici e “inaugurata”, lo scorso mese di dicembre, da Delrio.
Il mio libro, ovviamente, non è un best-seller, come quelli che scrive, ogni anno, don Bruno Vespa-imperdibili volumoni, come è noto, mai pubblicizzati, soprattutto in Rai…-ma sta interessando molti lettori, anche giovani, che nulla sapevano di Mancini.
Le presentazioni sono andate bene e il libro è stato apprezzato da non pochi osservatori, tra i quali il direttore di Affaritaliani.it, Angelo Maria Perrino.
Ho inviato il volume alle testate più importanti della Rai : il Tg1, il Tg2  e il Gr, dove ho lavorato, apprezzato dagli ascoltatori, per 10 anni.
Bene, o male, giudicate voi. Nessuno dei tanti redattori di tali testate è stato incaricato dai direttori di segnalare, con un servizio, il mio lavoro di approfondimento su un personaggio-non lo affermo io, ma tanti politici, storici e osservatori- che è entrato, di diritto, nella storia di questo Paese.
Incuria, sciatteria, ignoranza, superficialità ? Giudicate voi.
Io penso che i direttori, piazzati da Renzi sulle loro ambite poltrone, privilegino, soprattutto, la trattazione di vicende e l’attenzione a “personaggetti”, che possano interessare quelli che Vespa ebbe a definire gli “azionisti di riferimento” dei capataz d Saxa Rubra.

In pratica, questo è il loro “ragionamendo”, di demitiana memoria : noi siamo diventati mega-Direttori, grazie allo statista toscano, e dobbiamo compiacere lui e i politici del suo “giglio magico”, che decideranno sulle nostre riconferme. Così come hanno deciso le nostre promozioni.
Anticipo le obiezioni : anche nella prima Repubblica le cose, in Rai, andavano in questo modo. I politici ai dirigenti della Rai segnalavano i nomi dei vari Mentana, Minoli, Buttiglione, Berlinguer, Mancini. È vero.

Ma c’è una differenza, a mio avviso, non lieve, bensì molto importante. Escluso lo scrivente (non è elegante auto-promuoversi), quelli, che ho citato, si sono dimostrati bravi professionisti, meritando,  ampiamente, gli incarichi a cui erano stati designati, su indicazione dei partiti della Prima Repubblica.
Oggi, invece-e la scarsa attenzione dedicata al mio libro è solo un esempio, potrei citarne altri-prevalgono l’obbedienza e il servilismo nella scala dei “meriti”, sulla cui base vengono imbarcati, in incarichi di responsabilità, i giornalisti e i manager delle società pubbliche.
Un problema, questo, che riguarda non solo la Rai. E va affrontato e, se possibile, contrastato, in tutti i settori, soprattutto perché dai “rottamatori” ci si attendeva maggiore omogeneità e coerenza tra le tante affermazioni di principio sul merito, sull’attenzione alle qualità, nella valutazione delle candidature, e la pratica quotidiana che, rispetto alla Prima Repubblica, non sono cambiate.
Anche quanti, come lo scrivente, ammettono che Renzi qualche novità l’abbia introdotta, nell’obsoleto teatrino politico, non possono non avanzare critiche sulla  considerazione riservata, in primis, al personale, politico e giornalistico, di qualità tutt’altro che eccellente. Ma ritenuto obbediente all’allora premier che, pur non essendo più a Palazzo Chigi, controlla la direzione generale e i vertici di tutte le testate della Rai.
Un nodo che ci permettiamo di evidenziare a Mattarella e ai leader della maggioranza e dell’opposizione. In una democrazia sana e solida, l’equilibrio e il pluralismo dell’informazione, in primis quella del servizio pubblico, finanziato dai cittadini con il versamento del canone, dovrebbero stare a cuore a tutti.