Referendum, il mea culpa del centrodestra: come la sottovalutazione dell’avversario ha trasformato il vantaggio iniziale in disfatta. L’analisi
“Due mesi prima del voto il Sì era dato quasi con 15 punti di vantaggio, e questo dato paradossalmente deve avere eccessivamente tranquillizzato il centrodestra. E si è lasciato troppo spazio a chi, purtroppo, ha poi commesso errori devastanti. Quando si è corso ai ripari con chi, come Giorgio Mulè, ha saputo brillantemente parlare nel merito delle riforme, ormai era troppo tardi: l’onda del No e del populismo antifascista stava tracimando. E nemmeno l’ingresso nella contesa di Giorgia Meloni ha saputo cambiare direzione. Ormai era troppo tardi”. Così un deputato di Forza Italia ha voluto evidenziare come, tra i tanti errori commessi dal centrodestra nella campagna elettorale, anche la sottovalutazione dell’avversario abbia sicuramente giocato un suo ruolo. E questo ha lasciato campo aperto ad alcune boutade di esponenti della maggioranza che hanno eroso a poco poco tutto il vantaggio accumulato.
Quasi tutti sono d’accordo sul fatto che, se si fosse fatta una campagna elettorale sul merito della riforma, i Sì avrebbero stravinto. Assecondare la polarizzazione e la politicizzazione nella dialettica tra i due poli è stato un errore che ha spaventato la parte moderata dell’elettorato.
Gli errori sono stati tanti e sicuramente, da quel pochissimo che filtra da Palazzo Chigi, qualcosa cambierà di sicuro, anche se la volontà resta quella di non mollare e di proseguire in quel percorso iniziato col trionfo elettorale del 2022, come dice il più fidato consigliere della premier (il cui ruolo dopo il referendum si è ulteriormente rafforzato), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, che all’Ansa ha dichiarato: “Il nostro auspicio è fare una grande rivoluzione culturale in Italia che finora non si è mai riusciti a fare”, ovvero “portare a termine gli impegni presi con il programma di governo. Ci siamo presentati alle elezioni con determinati punti programmatici; l’ambizione è quella di finire la legislatura avendo portato a termine il programma”.
La sensazione è che, chiuso il capitolo giustizia – che tra le riforme in campo era quella che meno appassionava il partito della premier – ora si andrà avanti ‘pancia a terra’ per attuare il programma di governo, magari incentrando maggiormente gli sforzi sui temi economici. Chi la conosce bene sa che Giorgia Meloni non è tipo da farsi scoraggiare dalle sconfitte, anche se dure e dolorose. Forse, però, i tanti e troppi errori commessi in questa campagna elettorale, potrebbero renderla un po’ più fredda e calcolatrice.
“Giorgia è una persona per cui i valori in politica contano, ed è per questo che per principio tende a difendere chi ha condiviso anni di battaglie politiche, spesso in solitaria. Ma allo stesso tempo è anche troppo intelligente per non capire che cadere nel tranello della sinistra e dei media a loro attigui, facendosi trascinare nella polemica strumentale, è un errore che non può non avere conseguenze”, dice un senatore di Fdi molto vicino alla premier. Perché politicizzare la campagna elettorale ha avuto l’effetto di mobilitare la sinistra e le sue truppe in una battaglia epocale, che poco o nulla aveva a che fare con la riforma della giustizia nel merito.
Questo fatto viene confermato da Alessandra Ghisleri, ascoltatissima sondaggista che analizzando il voto ha espresso il suo parere in merito ai motivi che hanno determinato un simile risultato: «Osservando i risultati, direi che l’appartenenza a un fronte politico è stata chiara. E utilizzo la parola “fronte” e non “coalizione” proprio perché, soprattutto per il No, il fattore aggregante – anche al di là dei perimetri – è stata proprio la manifestazione del dissenso. Non solo verso la proposta referendaria, ma anche nei confronti del governo e del suo agire. Le parole dei leader del centrosinistra nella celebrazione della vittoria ne sono una chiara dimostrazione».
L’invito alla prudenza del presidente Mattarella non è stato recepito da nessuno schieramento politico. Ma mentre la sinistra aveva solo quel mezzo per cercare di trascinare al voto le proprie truppe, il centrodestra avrebbe dovuto puntare sul merito della riforma e non rispondere alle provocazioni, come fatto appunto forse dai soli Mulè e Giorgia Meloni.
“Si doveva puntare maggiormente su un aspetto della riforma che, invece, ha avuto poco rilievo e cioè il fatto che la riforma, con la creazione di un’Alta Corte indipendente, avrebbe finalmente risolto quell’assurda anomalia per cui i giudici non sono quasi mai ritenuti responsabili, al pari di tutti gli altri cittadini, per gli errori commessi. Invece si è preferito farsi trascinare in polemiche sterili su questioni che seppur importanti sono risultate troppo tecniche, come la separazione delle carriere o il sorteggio del Csm, lasciando così gioco facile a chi come Gratteri, Travaglio & C gridavano al complotto della politica che voleva mettere sotto controllo la magistratura. Per la prima volta, forse, il centro-destra ha commesso gli stessi errori comunicativi che la sinistra compie da decenni: non riuscire a sintonizzarsi con i bisogni della gente”, dice un senatore di lungo corso di Forza Italia.
Il partito che risulterebbe essere il più colpito dalla sconfitta referendaria è Forza Italia, che ora potrebbe subire qualche imprevedibile ribaltone dopo l’evidente delusione manifestata dalla figlia di Silvio Berlusconi, Marina, all’indomani del voto negativo.
La gestione di Tajani, ormai non è un segreto, ha deluso i due figli maggiori del Cavaliere, ed ora sarà quasi inevitabile chiedere un cambio di passo. Una cosa è chiara, sia nel campo largo sia nella maggioranza: questo referendum avrà delle ripercussioni la cui entità resta al momento difficilmente prevedibile. Di certo, come dimostrano le scene di giubilo in alcune procure come quella di Napoli, l’esito del voto rischia di favorire una radicalizzazione di quella magistratura politicizzata che la riforma voleva, paradossalmente, eliminare.

