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Referendum, la campagna che ha smarrito il senso del limite (proprio nell’anno degli 80 anni della Repubblica)

Nel 2026 il voto viene raccontato come una resa dei conti nazionale: il paragone con il 1946 mette in luce toni esasperati e polarizzazione

Referendum, la campagna che ha smarrito il senso del limite (proprio nell’anno degli 80 anni della Repubblica)

Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, il voto divide meno sui quesiti e molto di più sul clima politico

C’è una strana coincidenza che merita di essere sottolineata. Proprio nell’anno in cui l’Italia ricorda gli 80 anni del referendum del 1946, quello che sancì la nascita della Repubblica, il Paese si è ritrovato immerso in una campagna referendaria che difficilmente passerà alla storia per qualità del confronto. Anzi.

Qualunque sia l’esito delle urne (e mai come ora il margine appare ridotto), una cosa appare già chiara: questa campagna ha rappresentato la summa di posizioni difficilmente difendibili. Da una parte e dall’altra. Senza sconti per nessuno.

Perché il punto non è il merito dei quesiti. In una democrazia è normale dividersi, anche in modo netto. Il punto è come ci si divide. E negli ultimi mesi si è assistito a qualcosa che raramente si era visto con questa intensità: toni esasperati, accuse reciproche fuori misura, delegittimazioni continue.

Il referendum, che per definizione dovrebbe essere uno strumento di partecipazione popolare, è diventato invece un terreno di scontro identitario, dove ogni campo ha dipinto l’altro come una minaccia per il Paese. Non un avversario politico, ma quasi un nemico. E qui la memoria storica aiuta.

Ottant’anni fa gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. Una scelta che, quella sì, riguardava davvero la forma dello Stato. Una decisione epocale.

È noto che su quel voto non mancarono polemiche e sospetti di brogli. Eppure, nonostante la tensione di un Paese appena uscito dalla guerra civile e dal fascismo, il risultato fu accettato. Non senza malumori, certo. Ma senza trasformare la contesa politica in una guerra permanente tra italiani.

Oggi, paradossalmente, accade l’opposto. Su questioni infinitamente meno decisive per l’assetto istituzionale del Paese si è costruita una narrazione da resa dei conti nazionale, come se ogni referendum fosse un plebiscito morale sull’esistenza stessa dell’avversario politico.

Il problema non è vincere o perdere. In democrazia succede. Il problema è che si sta perdendo il senso del limite. E forse anche il senso della proporzione. Il referendum del 1946 divise gli italiani su una scelta storica. Ma contribuì anche a chiudere una stagione e ad aprirne un’altra.

Oggi, invece, ogni voto sembra diventare l’ennesimo capitolo di una polarizzazione permanente. Ed è forse questo il dato più preoccupante che questa campagna referendaria lascia in eredità. Non il risultato delle urne. Ma il clima che abbiamo respirato prima di arrivarci.

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