Il tema del referendum propositivo e della modifica dell’articolo 71 della Costituzione sembra dividere la maggioranza con la Lega che si oppone alla proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle di non inserire alcun quorum affinché la consultazione popolare sia valida. Matteo Salvini ha già fatto sapere che un minimo di quorum serve e le posizioni sembrano apparentemente lontane. In realtà, secondo quanto Affaritaliani.it ha appreso da fonti leghiste ai massimi livelli, in Parlamento è in corso una trattava all’interno delle forze che sostengono il governo per giungere a un compromesso. L’ipotesi alla quale si starebbe lavorando è quella di introdurre un quorum pari al 30% per i referendum propositivi. Una soluzione che eviterebbe da un lato di rendere le consultazioni quasi impossibili, se il quorum fosse come è oggi per i referendum abrogativi al 50%, e dall’altro però di fissare almeno un’asticella per evitare che pochi milioni di persone decidano per l’intero Paese.
Politicamente si tratta di un compromesso tra la Lega e il M5S che però potrebbe trovare il consenso anche del Partito Democratico e di Fratelli d’Italia, difficile invece che arrivi l’ok di Forza Italia e di Liberi e Uguali. In sostanza, il referendum propositivo, secondo questo schema di intesa per ora informale, sarebbe valido qualora si recasse alle urne almeno il 30% degli aventi diritto. “I 5 Stelle hanno capito due cose”, spiegano dalla Lega. “Primo che noi non voteremmo mai un testo senza quorum e secondo che anche il Pd potrebbe accettare un quorum al 33% e in questo modo, essendo una riforma costituzionale, si potrebbe raggiungere la maggioranza qualificata in Parlamento evitando così lo scoglio (e i tempi più lunghi) del referendum confermativo sul quale Renzi è caduto nel 2016”. La trattativa è ancora lunga e siamo soltanto all’inizio ma la soluzione che si profila sembra accettabile per la maggioranza e perfino per una parte consistente dell’opposizione.
RIFORME: QUORUM REFERENDUM, COME FUNZIONA NEGLI ALTRI PAESI – E’ tutta questione di quorum. Mentre si attende l’esame della commissione Affari costituzionali della Camera la prossima settimana, continua a far discutere la proposta di legge costituzionale sul referendum propositivo presentata dal Movimento 5 Stelle. Il testo base, che modifica l’articolo 71 della Costituzione, non prevede infatti una quota minima di votanti per rendere valida la consultazione e su questo fronte si è aperto un dibattito nel governo gialloverde, con i Pantastellati che vorrebbero attenersi al modello della Svizzera, patria dei referendum senza quorum. Gli elvetici, tuttavia, non sono soli, dal momento che la maggior parte degli Stati nel mondo non prevede il raggiungimento del quorum per rendere valido il risultato di un referendum. Secondo la Venice Commission del Consiglio d’Europa, in Ue sono 15 gli Stati membri in cui esiste il quorum, che può assumere due forme: di partecipazione o di approvazione. Nello specifico, Bulgaria, Italia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia, hanno fissato un quorum di partecipazione al 50%, mentre nei Paesi Bassi è del 30%. In Polonia e Portogallo, se l’affluenza non è più del 50%, il referendum è di fatto consultivo e non vincolante. Ungheria, Lettonia, Lituania hanno invece sia il quorum di partecipazione al 50% che un quorum di approvazione, variabile dal 25% al 50%. Da segnalare il caso della Lituania dove alcune decisioni particolarmente importanti legate alla sovranità possono essere modificate solo dal 75% dell’elettorato, mentre altre questioni legate allo Stato e alle revisioni costituzionali richiedono solo la maggioranza. In Danimarca, una modifica della Costituzione deve essere approvata dal 40% dell’elettorato; nel caso del referendum abrogativo, il testo messo al voto è respinto solo se vota contro il 30% dell’elettorato. In Irlanda il rifiuto di un testo richiede un terzo degli elettori registrati. In Croazia, invece, è richiesto il sì della maggioranza dell’elettorato nel caso di fusione con altri Stati.

