Referendum, Schlein si prende la scena e incalza Conte: il Pd prova a ricompattarsi nella sfida che ridisegna la leadership - Affaritaliani.it

Politica

Ultimo aggiornamento: 16:31

Referendum, Schlein si prende la scena e incalza Conte: il Pd prova a ricompattarsi nella sfida che ridisegna la leadership

Dal gelo interno ai movimenti di Conte, il referendum sulla giustizia diventa uno spartiacque più per il centrosinistra che per il governo

di Vincenzo Caccioppoli

Referendum, Schlein si prende la scena e incalza Conte

Come mai Elly Schlein, dopo una timidissima partecipazione al fronte del no, ora da qualche settimana sembra assurta al ruolo di front woman politico di una campagna referendaria, che sta scadendo sempre più verso lo scontro frontale, che poco o nulla ha a che fare con la riforma della giustizia.

“La segretaria del Pd, guardando i sondaggi che vedono il no in forte recupero, si è deciso a prendere il toro per le corna, e provare ad intestarsi politicamente una vittoria dei no. In questo modo prenderebbe due piccioni con una fava, indebolendo Meloni e rafforzandosi come leader del campo largo”, dice un senatore di lungo corso del Pd.

A Pescara due giorni fa la segretaria del Pd ha usato toni durissimi contro il ministro della giustizia e contro la riforma, definita come liberticida. Secondo i bene informati fino ad ora la sua prudenza era dettata non solo dai sondaggi che davano il sì in netto vantaggio, ma anche dalla bruciante sconfitta nell’altro referendum, quello sull’articolo 18, le cui ferite ancora bruciano.

Non è un caso se proprio da quella sconfitta è iniziato nuovamente il tourbillon sulle primarie di coalizione, con Giuseppe Conte che ha nuovamente alzato la cresta, e non ha esitato a mettere in dubbio alcuni punti del programma del cosiddetto campo largo. Ma nello stesso tempo questa postura della segretaria serve anche a mettere a tacere la parte non certo trascurabile di sinistra che ancora sarebbe favorevole al sì al referendum, a cominciare dall’ala riformista. L’addio al partito di una degli esponenti di punta dei riformisti, l’eurodeputata Elisabetta Gualmini, è la prova chiarissima che all’interno del partito la frattura si sta allargando e i malumori crescono.

Basta pensare alle parole del presidente della Puglia, Antonio Decaro, proprio in occasione della visita nel capoluogo pugliese della Schlein, due giorni fa, quando a proposito del referendum, ha espresso parole taglienti ed un poco ambigue: “Non sono un fan del governo Meloni, però mi rifiuto di trasformare questo referendum in una resa dei conti - ha dichiarato Antonio Decaro - voterò no perché questa riforma serve soltanto alla politica per controllare la Giustizia”.

Insomma malgrado i grandi sorrisi e abbracci sul palco, tra i due, chi lo conosce bene, assicura ci sia il gelo e che il neogovernatore stia pensando eccome alla segreteria. Ed è per questo che molti nel Pd potrebbero essere tentati a fare uno sgambetto alla segretaria, anche perché le sensibilità sul tema all’interno del Pd sono assai differenti. Una prova si è avuta in occasione del convegno “La sinistra che vota Sì” (Firenze, 12 gennaio 2026), con la partecipazione di esponenti e intellettuali dell’area riformista.

Le ricostruzioni giornalistiche collegano a quell’iniziativa nomi come Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Augusto Barbera e Claudio Petruccioli, oltre ad altri esponenti dell’area riformista, tra i quali addirittura ci sarebbe anche Goffredo Bettini, ma anche giuristi di area come Giuliano Vassalli, partigiano, eroe della Resistenza e padre del codice di procedura penale o Giandomenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa, e ancora Anna Paola Concia o Chicco Testa, per non parlare di Pina Picierno, che ormai vede la segretaria come il fumo negli occhi.

Ecco allora che la politicizzazione del referendum che molto abilmente Giorgia Meloni sta evitando di fare (non è ancora entrata nella campagna, se non marginalmente e magari per calmare i bollenti spiriti di qualcuno come quelli di un Carlo Nordio, un po’ troppo irrequieto ultimamente), sembra invece prevalere il campo avverso, con la Schlein in prima linea e Conte, invece che rimane un po’ più defilato, anche se convintamente schierato per il no.

Per lui, come faceva notare un senatore dei Cinque stelle alla buvette di Palazzo Madama, si tratterebbe della classica situazione win to win. “In caso di vittoria del sì, sarebbe forse la mazzata definitiva per la leadership della Schlein, ormai completamente coinvolta col fronte del no. Mentre se vince il no, Conte può comunque esultare perché sarebbe comunque un colpo per il governo e la corsa per la leadership sarebbe ancora tutta da giocare”.

E in tutto questo si registra lo strano silenzio della convitata di pietra, quella Silvia Salis, che sta scalando sempre più le classifiche di gradimento dei big del partito, primo tra tutti quel Dario Franceschini, che fu tre anni fa il grande sponsor proprio della Schlein. Lo schema che si respira tra i fedeli sostenitori della sindaca di Genova sembra chiaro e passa anch’esso per l’esito del referendum, che a questo punto rischia di essere molto più uno spartiacque per il centrosinistra, che per la maggioranza.

Una vittoria del sì, sarebbe, secondo loro, difficilmente gestibile dalla segretaria a tutto vantaggio della nuova stella nascente, che potrebbe vedere le porte del partito spalancate. Certo ci sarebbe ancora l’ostacolo Conte, ma si sa i problemi, soprattutto se si tratta di cose interne del Pd, meglio affrontarli uno alla volta.