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Referendum, sono tornata a credere nel Pd, che ho fondato, e ho votato sì

Post Referendum: si riparte. il Pd rappresenta il 40% degli elettori, gli altri si devono dividere un risultato: da questo dato di fatto ripartire è possibile.

“Insieme possiamo fare il primo passo per cambiare l’Italia” era lo slogan che più ricorreva nell’ultimo giorno di campagna elettorale per il Si ed in effetti il referendum rappresentava un passaggio importante, ma pur sempre solo l’inizio di un lavoro più profondo per un’Italia più responsabilizzata come auspica Lorenzo Guerini.
I partiti in questi mesi sono stati impegnati nella campagna referendaria a spiegare le loro ragioni, ma nel dispiegarsi dell’iter parlamentare, al di là degli addetti ai lavori, il coinvolgimento attivo non c’è stato. Non c’è stato tra i cittadini e non c’è stato nel corpo delle organizzazioni sociali e di rappresentanza: ricordo qualche iniziativa di Vannino Chiti e stop.

Questo per me ha significato non alimentare un processo capace di accompagnare la modifica delle regole con un coerente ripensamento del ruolo e dell’agire dei soggetti di rappresentanza generale (politica e sociale) e del modo stesso di noi tutti di stare nella società. Nessuno si è accorto che il 70% del Parlamento ha votato quella riforma rubandoci del tempo prezioso, visto il cambio di posizioni al referendum.
Alla fine degli anni ’90, quando dirigevo gli studenti della Cgil di Milano, elaborammo proposte sull’autonomia scolastica scuola per scuola (novanta furono quelle coinvolte in provincia di Milano) e le stesse contenevano tanto modifiche normative quanto il ripensamento del ruolo delle organizzazioni studentesche in attori capaci di gestire il cambiamento della scuola. Solo la visione miope dell’allora dirigenza sindacale che pensava di dover “ordinare” ai giovani, chiuse quel percorso stroncando per diverso tempo un’operazione culturale la cui assenza soffriamo ancora oggi.

Da allora continuo a preferire l’impegno ad alimentare un percorso consapevole fin dall’inizio di qualsiasi processo di cambiamento, fino a quando questo stesso metodo ci convincerà che dovremo innovare ancora e così via.
Ancora, non basta dire che abbiamo approvato la legge sul terzo settore se non riorganizziamo il sociale non per produrre più sussidiarietà, ma vera sussidiarietà.
E anche lo stesso sforzo organizzativo non può che essere più generoso ancora quando governi.
A Monza alcune domeniche fa ho ascoltato Renzi per la prima volta: mi ha colpito che parlasse al chiuso con 250 militanti di partito tranne 3/4 elettori di Forza Italia e zero della Lega Nord. Così come osservando per la prima volta lo svolgersi della Leopolda ho pensato che fosse un format bellissimo, utile per le primarie, non per accompagnare un’azione di governo.

In questi mesi di Giunta Sala, ad un assessorato delicato come quello della sicurezza, sono giunte dai consiglieri comunali e di zona del Pd appena 3 segnalazioni.
Eccezion fatta per quarto oggiaro.

Prima di decidere se il potere debba orientare la società o semplicemente assomigliarle per riprendere De Rita e il commento di Dario Di Vico sul Corriere della Sera pochi giorni fa, ostinarsi a pensare che i partiti non debbano tornare ad essere i luoghi privilegiati di un processo di responsabilizzazione, mi pare il primo errore. Non basta la contendibilita’ del potere, e dunque le primarie, senza l’esercizio collettivo di una comune azione culturale. E se far fatica significa girarsi in campagna elettorale 1000 luoghi ma non investire tempo nel crescere come squadra a partire dai territori cambiando dirigenti dove occorre, non dare importanza al coordinare punti di vista e azioni e non comprendere che il riassetto di una riforma ha conseguenze locali o di settore e che da sola non produce necessariamente armonia, ebbene allora sono ‘antica’.
Le proposte degli studenti per la riforma della scuola le costruimmo in 18 mesi, ma nemmeno l’ala più a sinistra fu contraria all’autonomia scolastica.

Valorizzare le attitudini, le capacità e le disponibilità di chi si avvicina ai partiti e costruire percorsi di crescita lavorando perché i difetti che ciascuno di noi ha, si possano attenuare.
Come diceva Amendola a quel punto la scelta per decidere chi deve ricoprire un incarico non è un fatto nominalistico, ma la naturale conseguenza di un progetto condiviso che cresce.
Indicare con l’esempio un metodo e una cultura politica: si parla con tutti e tutti hanno dignità politica, ci si confronta sul merito e si ricercano accordi perché il punto di vista di una forza, quand’anche maggioritaria, non rappresenta l’intero della popolazione per fortuna.
Un concetto ben diverso da quello del non mi espongo, non faccio battaglia così non scontento nessuno e rimango in pista. Fare politica come gestire qualsiasi organizzazione significa assumersi responsabilità.
Come ho sempre sentito dire a Macaluso la responsabilità soggettiva e’ un obbligo, poi si condividono le decisioni.

Un partito vero, capace di lavorare con i centri culturali del Paese, di dare valore all’azione dei corpi intermedi perché consapevole che così ne esce rafforzato il proprio ruolo di rappresentanza politica, di sperimentare aggregazione associativa nelle periferie per offrire auto rappresentanza a chi non ce l’ha, di rafforzare in giro per il mondo network economico-culturali che abbiano l’Italia nel cuore. Di stimolare un percorso culturale e politico all’interno delle forze popolari e democratiche europee per un patto sulle ragioni dello stare insieme.
Dopo cinque anni in cui ho lasciato la scheda bianca, per la prima volta sono tornata ad esprimere la mia preferenza per il Si e a riscrivermi ad un partito che ho fondato.

Il Pd rappresenta il 40% degli elettori, gli altri si devono dividere un risultato: da questo dato di fatto ripartire e’ possibile.