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Politica


Di Adriana Santacroce

Non ho mai risparmiato critiche a Bersani, né da queste colonne né dalla trasmissione che conduco. Ma non ho mai considerato che il problema era anche dentro il suo partito, gigantesco.

A partire dal giorno dopo le elezioni, l'ex segretario non ne ha azzeccata una. Ha cercato la sponda con Grillo e dopo avere ricevuto i pesci in faccia ha tentato col governo di minoranza. Qui ha sbagliato nel metodo e nel merito. Nel metodo perché non ha detto chiaramente: voglio fare un governo grazie a Pdl e Lega che,  uscendo dall'aula, mi permettano di partire. Diceva: mai scambi con la destra per il Quirinale. Ma era ovvio che un  presidente condiviso avrebbe aperto la strada al suo governo di minoranza. Si sarebbe risparmiato le feroci critiche arrivate da tutte le parti dopo l'abbraccio in Transatlantico con Alfano.  Avrebbe avuto almeno una virtù, quella della chiarezza. Ed avrebbe evitato che tutti, da Squinzi a Renzi, lo intimassero di fare in fretta. Per non parare del merito. Puntare tutto su un governo senza numeri era folle, perché ad ogni soffio di vento sarebbe potuto cadere. Ancora più facilmente che nel 2006. Il suicidio, poi, è arrivato con l'elezione del capo dello Stato. Scegliere Marini senza prevedere che metà partito non lo avrebbe votato è stato ingenuo, sempre per la mancanza di chiarezza. Quando si combatte la realpolitik, a volte, è necessaria. E non la si può può nascondere con un finto ideale. Bruciato Marini, che piaceva a Berlusconi, è saltato fuori Prodi, odiato da Berlusconi. Ma una via di mezzo, no? Per compattare il partito Bersani scioglieva l'abbraccio con Alfano, pensando in questo modo di stanare Grillo. Altro errore. Grillo non segue mai nessuno. Possibile che non l'avessero ancora capito? O Rodotà o niente ripetevano i grillini. Lo sapevano ormai anche i sassi. E qui l'altro gesto ancora più privo di chiarezza. Perché il Pd non ha votato Rodotà. Una spiegazione chiara non c'è stata. Proviamo a raccogliere le indicazioni. Scegliere il costituzionalista voleva dire appiattirsi su Grillo. Motivo metodologico. Per di più a tanti cattolici, i cosiddetti moderati, Rodotà, cosi radicalizzato a sinistra, non piaceva. E i numeri, dicono, sarebbero stati inferiori a quelli di Prodi. Motivo di contenuto. Poi c'è chi pensa che ci fosse in atto un vecchio regolamento di conti che risaliva al 1992 quando il professore uscì dal PDS sbattendo la porta, dopo che il partito, già allora, gli aveva preferito Napolitano. Ma questa, forse, è solo dietrologia.

Resta il fatto che la non-scelta di Rodotà ha fatto esplodere le contraddizioni del partito che non si risolvono con le dimissioni del segretario. Il partito è a rischio di scissione. Ma non solo. Una possibilità  concreta è che anche prima del congresso le diverse anime del Pd vengano fuori già dal voto di fiducia.

Vendola e Barca hanno lanciato un'opa sulla sinistra del partito. Tutta intorno al nome di Rodotà. L'anima sinistra dei Ds, del dialogo agognato con Grillo, dei girotondi, dell'antiberlusconismo. Tutta la parte  partito contraria alle larghe intese ora si troverà di fronte un governo del presidente insieme a Berlusconi. E cosa farà? Gli negherà la fiducia? Si parla di una mozione unitaria del partito a favore delle prossime scelte, qualsiasi siano, di Napolitano. Ma chi ci assicura che poi sarà rispettata? In fondo anche su Prodi sembrava ci fosse convergenza. Per non parlare, poi, del 'tutti contro tutti' che ormai rasenta il ridicolo. Quando Rosy Bindi contesta un eventuale governo Letta viene da mettersi le mani nei capelli! Ma Letta non era della sua corrente? O Marini, vecchio leone ferito, che spara contro Renzi, troppo ambizioso. E che male c'è ad esserlo? Eh già, Renzi. Un po' danneggiato dalla indicazione, poi fallita, di Prodi, certo. Anche il sindaco non è stato in grado di tenere il partito. Ma questo lo si sapeva. Che Renzi non piaccia al suo partito ormai è chiaro a tutti. M piace agli elettori. E in questo marasma forse l'unica strada che il sindaco ha è quella, secondo qualcuno già iniziata, di una sorta di patto con i giovani turchi che, paradossalmente, non sembrano d'accordo con chi vuole far virare il partito a sinistra. Renzi non è tipo da accordi, è vero. Ma ora deve uscire dall'equivoco del ripetuto 'io ho perso e quindi non parlo' e deve parlare. Eccome. È arrivato il suo momento. Con il Pd intero o dimezzato. Con l'anima riformista della solidarietà coniugata al merito che ha animato il Pd dalla sua nascita.  Ora, se è davvero un leader, deve farsi avanti. Senza arroganza né saccenza. Se i duri e puri della sinistra 'rodotiana' se ne vogliono andare lo facciano. Ma si salvi il resto. Sennò arriva davvero  l'8 settembre.

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