Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)
Finora non c’è la prova, ma gli indizi sono tanti. Si va dall’incendio – solo temporaneamente spento – di dichiarazioni al vetriolo con l’Unione europea al forte ribasso dei titoli bancari a Piazza Affari dei giorni scorsi. Dall’irritazione del governo tedesco per i tre miliardi alla Turchia, sulla questione dei migranti, bloccati dall’Italia, ai retroscena sempre più delicati sul caso Etruria. Il tutto passando per la lite interna al Pd sulle unioni civili e ai sondaggi poco incoraggianti per il Pd in vista delle elezioni amministrative di fine primavera.
L’impressione, sia nei palazzi romani del potere sia a Strasburgo e Bruxelles, è che Matteo Renzi abbia iniziato una lenta discesa. La luna di miele con gli italiani, culminata con il 40% e passa delle Europee del 2014, sembra ormai un lontano ricordo. Mario Draghi ci ha messo una pezza e riportato il sereno anche alla Borsa di Milano, oltre che sulle altre piazze del Vecchio Continente. Ma l’attacco della speculazione dei giorni scorsi, legato soprattutto alle difficoltà a trovare un’intesa con l’Ue sulla ‘bad bank’ in molti ha ricordato l’estate del 2011, quando si crearono le condizioni che portarono alle dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio. E’ vero che lo spread, grazie al QE della Banca Centrale Europea, è sotto controllo ma l’allarme sulle banche, non solo Mps, è inquietante e rischia di scatenare nell’opinione pubblica conseguenze imprevedibili.
Il premier si mostra tranquillo e va avanti per la sua strada puntando tutto sul referendum confermativo delle riforme costituzionali in calendario il prossimo autunno. Dal punto di vista dei numeri parlamentari, al momento, Renzi sembra non avere grossi problemi, grazie al sostegno dei verdiniani e alla scorsa (o nulla) volontà di rompere della minoranza dem. Ma sullo sfondo restano le incertezze per i prossimi mesi, legate soprattutto al rapporto con Bruxelles. Un’eventuale bocciatura della Legge di Stabilità da parte della Commissione Ue sarebbe una mina sotto l’esecutivo. Il tutto con il timore che la flebile ripresa economica subisca un brusco stop, visto anche il tonfo della produzione industriale a novembre. Le prossime settimane saranno decisive per il futuro del governo e soprattutto del presidente del Consiglio.

