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Politica
Perché anche Renzi fallirà...

Di Renato Palma

Sono passati dieci mesi dal 25 febbraio 2014. Ci sono tracce di cambiamenti nella politica italiana? Per ora il giovane premier non perde occasione per mostrarsi molto sicuro di sé. Sempre brillante, spesso infastidito dalle critiche che non considera, per principio, costruttive, e che gli fanno perdere un sacco di tempo prezioso (immagino per andare a sciare). Questa non è una novità: molto sicuro era anche il professor Monti, che ci dava lezioni su tutto. Lo era Enrico Letta, che mostrava tutta la sua preparazione, soprattutto quando parlava in inglese. Lo erano stati, prima di lui, Silvio Berlusconi e, maestro tra i maestri, Bettino Craxi. La sicurezza, il buon umore, il sagace umorismo però non sono mai stati sufficienti a risolvere una crisi. Le scelte politiche del presidente, poi, lasciano molto a desiderare. Si comincia a sussurrare che i suoi risultati siano addirittura peggiori di quelli dei governi che lo hanno preceduto (dati macroeconomici alla mano). Negli ultimi trent’anni, chiunque sia arrivato al governo ha provato ad aumentare la flessibilità, e quindi la precarietà, a ridurre i diritti (dapprima solo civili, ora anche politici: gli italiano avevano fatto un’altra scelta di governo), a peggiorare la qualità della vita, a spremere al massimo i concittadini. Tutti d’accordo a non toccare la finanza neanche quando ha comportamenti criminali.

I risultati dovrebbero far riflettere. I disoccupati aumentano, i votanti diminuiscono. I poveri sono più poveri. Aumenta però il loro gruppo: gli impiegati pubblici, la classe media, molti artigiani, commercianti e professionisti si sentono sempre più in difficoltà.

Renzi è un giovane rottamatore (di alcuni, tranquillo Silvio), non un innovatore. Non ha idee nuove. Non sa che il benessere individuale dipende dalla salute delle relazioni sociali, che è garantita da tre riforme che non sono nel suo elenco: libertà di avere preferenze (compreso scegliere che lavoro fare), uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, solidarietà nella realizzazione di un progetto di benessere comune.

Lui è figlio di un’altra cultura, quella in cui tutto è riconducibile a una questione economica e alla crescita del PIL. Sono molti anni che economisti e studiosi di statistica affermano che i progressi dell’economia significano invariabilmente un peggioramento delle relazioni sociali e quindi della qualità percepita dell’esistenza. Nonostante questo continua a proporci la stessa ricetta che ci indicano da trent’anni, e ci racconta che lui è sicuro che con un altro sacrificio di libertà, uguaglianza e solidarietà riusciremo a uscire dalla crisi. Con il sorriso sulle labbra ci spreme ancora per allungare la vita a un sistema che fa acqua da tutte le parti, che nega il futuro ai giovani e la tranquillità ai vecchi. Non cambierà idea, anche se da più parti si continua a dire che il capitalismo senza regole non funziona.

Entra in crisi la Grecia? E che sarà mai? Riforme e sacrifici, e oplà. L’Italia? Stessa risposta, anche se gli italiano sono più resistenti. La Spagna ce l’ha fatta, ma per quanto tempo? E se toccherà alla Germania cosa ci racconteranno? Che bisogna stringere ancora la cinghia? Il computer di WAR GAMES diceva della guerra, alla fine del film: uno strano gioco; l’unico modo di vincere è non giocare. Nel caso della crescita economica occorre cambiare le regole del gioco. Occorre finalmente regolare i rapporti tra stati debitori e creditori, combattere la delinquenza finanziaria (che si tratti di mafia, o di speculazione); occorre opporsi alla corruzione portandola alla luce del sole. Bisogna fare scelte tese a migliorare, non a peggiorare, la qualità della vita.

Un futuro migliore comincia in un presente che migliora: non può essere diversamente. Un presente di sacrifici crea solo le condizioni per un futuro di sacrifici. Sarebbe consolante pensare che chi si sente tanto sicuro da continuare a manovrare le scelte politiche alla vecchia maniera fosse scosso da un dubbio: mi lasceranno ancora fare, solo perché li ho convinti che o si fa come dico io (ovvero come dicono le banche) o siamo alla catastrofe, oppure si accorgeranno che catastrofico è solo chi pensa la politica come la penso io?

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