Come è noto, da qualche tempo, i media mondiali (e non solo quelli italiani) si sono innamorati di un nuovo termine: “post-verità” e allora lo usiamo pure noi.
In realtà tale lemma è antico e pare sia stato utilizzato nel 1992 da uno scrittore serbo – americano Steve Tesich sulla rivista Usa Nation a proposito dello sviluppo del concetto di “verità” mediatica a partire dallo scandalo Watergate scoperto da due giornalisti del Washington Post per poi consolidarsi in altri fatti come l’”Iran contra” e la prima guerra del Golfo.
In ogni caso la post – verità è tornata prepotentemente protagonista dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente egli Usa.
Il termine è utilizzato come una clava mediatica dai media e dai blog della sinistra mondiale che accusano le destre populiste di manipolare la verità dicendo appunto post- verità e cioè falsità.
Ma Matteo Renzi ha fatto ricorso a piene mani al concetto di post -verità: tutti abbiamo visto e soprattutto sentito il discorso di domenica notte in cui il premier (?) si manganellava tafazzianamente le glorie da solo con sadica gioia dicendo che questa volta “la poltrona che salta è la mia”.
In questo masochismo compiaciuto c’è anche tutta la componente dei flagellanti cattolici che godono nel sacramento della pubblica confessione; ma tale sano rito espiatorio, come noto, in genere dura poco e già qualche ora dopo Renzi si era reso conto dell’enorme “cavolata” mediatica commessa (sempre con il buon Filippo Sensi dietro le spalle) e con tutto il suo spirito scoutistico era già passato al contrattacco tant’è che ora ce lo abbiamo ancora sul groppone (e chissà per quanto) in varie forme e manifestazioni un po’ come le incarnazioni di Vishnu, come segretario e (ancora) come premier.
Renzi non è nuovo a clamorose smentite e ad inversioni ad U ideologiche; basti ricordarne una e la più clamorosa: quando disse che il referendum era su di lui per poi rimangiarsi tutto quando si accorse del boomerang che si era lanciato.
Quindi, dopo tutto, sembrerebbe che non solo la destra populista ma anche la sinistra radica – chic (ed in questo la Clinton era maestra) ami abbastanza la cosiddetta post – verità con buona pace dell’ambasciatore Usa a Roma John R. Phillips (mi raccomando con due elle), grande fan di Obama che ancora ci fa il predicozzo dalle pagine del Corriere della Sera per non “fermare le riforme”, insomma sta dando una mano a Renzi per salvare il salvabile.
Qualcuno avvisi l’ambasciatore di preparare gli scatoloni perché il suo protettore in Patria non c’è più.
Phillips vuole salvare l’Italia e noi gliene siamo profondamente grati; peccato che non sia riuscito a salvare sé stesso perché sarà una delle prima vittime della cura Trump, a proposito di post – verità…

