A tre settimane dalle elezioni comunali del 5 giugno il Partito democratico non è in campo con la sua tradizionale possente macchina da guerra, come se non fosse interessato alla competizione elettorale. Le 1300 poltrone di sindaco in ballo non stimolano Matteo Renzi, con un occhio rivolto alle grandi città (in primis Roma e Milano), ma deciso a considerare il voto un fatto specifico a se stante, poco più di un fatto locale e amministrativo, tenendolo ben separato dalla politica generale, da se stesso, dal suo governo. Se le urne premieranno i candidati e le liste del Pd non ci vorrà molto per il segretario-premier effettuare la giravolta e dimostrare che gli elettori hanno premiato la sua linea. In caso di sconfitta la colpa sarà della dirigenza locale del Pd e i capri espiatori saranno individuati negli esponenti della minoranza interna. Questo del 5 giugno è per Renzi solo un passaggio fastidioso, una incombenza di cui avrebbe fatto a meno, deciso com’è a prepararsi e a preparare il campo per la battaglia delle battaglie, quella di ottobre sul referendum costituzionale. Qui Renzi, all’opposto delle elezioni del 5 giugno, politicizza al massimo il voto del referendum, di fatto un voto su se stesso e sull’esecutivo. Non a caso batte sempre sullo stesso chiodo intonando sempre lo stesso refrain: se vince il “No” me ne vado. Da ciò si capisce bene quanto questo appuntamento è importante – addirittura decisivo – per gli assetti politici futuri del nostro paese: le urne non definiranno solo l’aspetto che dovranno avere le future istituzioni italiane, ma la legittimazione o la sconfitta dell’ascesa di Renzi, il futuro radioso o la fine del Pd. Il segretario-premier, dopo aver appeso al petto la medaglia sui diritti civili e dato alla minoranza interna del Pd il contentino del congresso anticipato, ha definito con chiarezza la strategia politico-elettorale da qui ad ottobre puntando tutto sulla politicizzazione (si vota “pro” o “contro” le riforme, “pro” o “contro” la governabilità, “pro” o “contro” il caos rappresentato dal M5S e non solo) e puntando sulla personalizzazione: il voto “pro” o “contro” Renzi, l’unico capace di cambiare il Paese, l’ultimo baluardo capace di fermare gli … “sfasciatutto” (Grillo, Salvini, la destra e le sinistre estreme ecc.). Siamo alla riproposizione del “voto utile”? Ben oltre: siamo all’ultimo giro di valzer, con la carta del “terrorismo psicologico”: o si balla con me o dopo di me, il diluvio. Nel merito, poco conta addentrarsi nei meandri anche controversi e contraddittori della riforma per cui si va a votare: Renzi sa bene qual è il livello dell’insofferenza degli italiani contro la casta politica e – anche qui – semplificherà al massimo martellando gli italiani con una retorica infarcita del più becero populismo e del più rozzo armamentario dell’antipolitica: l’abolizione del bicameralismo inutile, solo un carrozzone burocratico frena riforme e finalmente la via spianata per poter governare meglio e più celermente; la forte riduzione del numero dei senatori passando con la ramazza su 200 senatori e sulle loro indennità, vitalizi, privilegi; la gratuità dei nuovi incarichi ecc. Ecco. L’unico argomento per fare uscire gli italiani di casa e riportarli in massa alle urne – oltre fermare i nuovi “barbari” – è quello se si vuole cambiare il Paese (senza traumi per gli italiani) o conservare l’esistente, una realtà che punisce chi fa e chi meno ha a vantaggio dei soliti noti, dei soliti furbi, specie di quelli annidati nella casta politica e dintorni. “Da che parte state, con chi state?”. Questo sarà il leitmotiv di Renzi e della sua campagna elettorale. Frutto dei “guru” della comunicazione politica 2.0? Macchè! La riproposizione tout court della linea (vincente) della Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1948: decidi tu, di qua la libertà di là la dittatura. Con la ciliegina sulla torta dovuta al genio di Giovannino Guareschi: “Dentro la cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. E gli altri, il fronte del “Sì”? Un minestrone in cui convivono gli eccentrici crociati di tutti i colori a baluardo della Costituzione ritenuta il libro sacro della fede rivelata, quindi intoccabile, soprattutto uniti dal comune obiettivo di far fuori Renzi. Anche questi seguiranno presto il populismo di stampo renziano scendendo sullo stesso piano come quello di pigiare sul giustizialismo certi che siccome i consiglieri regionali futuri senatori godranno dell’immunità, a quello scranno verranno certo designati gli inquisiti. Chi vince? Messa così, l’epilogo pare scontato. E se al premier non bastassero gli argomenti del voto super-utile, dell’antipolitica e del buon governo? Renzi ha la carta di riserva cui gli italiani, si sa, sono molto sensibili: quella delle promesse, con annunci di elargizione a pioggia di bonus, riduzione di tasse, abolizioni di bolli (auto) e gabelle, pensioni, finanziamenti. Chi paga? Si vedrà. In questa giostra impazzita non sarà solo la Costituzione a subire il colpo finale ma anche il bilancio – già sconquassato – dello Stato. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, ammoniva Andreotti. E Renzi, diccì doc, ben lo sa.

