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Politica
Riforme/ Faccia a faccia tra Napolitano e Renzi


La convocazione al Quirinale è arrivata intorno alle 11 di sabato. Ma solo un'ora dopo, verso mezzogiorno, il presidente del Consiglio, congedato il premier ucraino Arseny Yatseniuk, è stato ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un colloquio di circa un'ora e un quarto per fare il punto sulle riforme, alla vigilia di una settimana decisiva per il ddl su Senato e Titolo V. Rientrando a Palazzo Chigi, Renzi ha attraversato a piedi Piazza Colonna, fermato dai tanti turisti che gli chiedevano una foto. Il premier si è concesso per molti 'selfie' ed è poi rientrato nella sede del governo dicendo: "Scusate ora vado, altrimenti non si lavora più".

Su più fronti, i pontieri sono al lavoro: da un lato per ricucire "con pazienza", spiegano ai vertici del Pd, l'intesa con Silvio Berlusconi, dall'altro per individuare piccole modifiche al testo base del governo sulla riforma del Senato, ferma restando l'architrave, che consentano di ricompattare il Pd ed isolare i 'pasdaran' come Vannino Chiti. Da Ncd arriva, intanto, un invito alla prudenza: il senatore Renato Schifani ammonisce Matteo a "non cadere nella trappola dell'ex Cavaliere".

Il primo obiettivo del presidente del Consiglio è mettere in sicurezza il Senato delle Autonomie dentro il Pd. Con una full immersion di incontri a partire da lunedì, quando Renzi vedrà sia Anna Finocchiaro sia Luigi Zanda, per poi affrontare personalmente i senatori e capire se ci può essere una mediazione in vista della presentazione mercoledì del testo base in commissione.

"C'è chi vuole solo visibilità ma dialoghiamo per capire se alcune proposte possano essere accolte senza stravolgere la riforma", è la linea che il premier dà ai suoi. Se, quindi, è considerato irricevibile il ddl Chiti, che raccoglie anche il consenso di Fi e M5S, potrebbe essere invece accolta la proposta del lettiano Francesco Russo, che chiede di individuare i futuri senatori contestualmente ai consiglieri regionali all'interno dei consigli regionali.

In parallelo si lavora su Forza Italia. "Sulle riforme possiamo andare avanti da soli, sta a Berlusconi decidere", hanno replicato a breve distanza Maria Elena Boschi e Angelino Alfano. Più che una minaccia, è invece una soluzione, sia per risolvere le divisioni interne sia in chiave esterna, quella indicata da alcuni renziani di andare alle elezioni. "Noi siamo pronti e non abbiamo paura", sostiene oggi il vicesegretario Pd Debora Serracchiani, ipotizzando le urne con l'Italicum. Ma il voto anticipato, alla vigilia della presidenza italiana del semestre, non è nell'orizzonte del Quirinale. E, per ora, neppure di Matteo Renzi determinato a dimostrare che lui tenterà fino in fondo di portare a casa le riforme.

Renzi, benchè ammetta la possibilità di "piccole modifiche", non è disposto a trattare sui cinque punti che ritiene non negoziabili a partire dalla non eleggibilità dei senatori. "I numeri ci sono se c'è la volontà politica di fare le riforme", taglia corto il portavoce del PdLorenzo Guerini. Per la cronaca però, dei 52 ddl depositati in commissione solo tre, 2 oltre quello del governo, ricalcano il testo della Boschi. E le urne, alla vigilia del semestre di presidenza italiana della Ue, non sono alla portata. Per ora non resta che aprire al dialogo con la minoranza e poco importa se la riforma non arriverà entro il 25 maggio come voleva Renzi. "Una settimana in più non è un dramma", avverte Boschi.
 

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