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Politica

Qualcuno voleva Stefano Rodotà Presidente della Repubblica. Ipotesi che il Pd non ha preso in considerazione non solo per non accodarsi al M5S, ma anche perché, a quanto pare, conosceva il soggetto meglio del semplice lettore di giornali. A questa lacuna rimedia un articolo dello stesso Rodotà.

 "Berlusconi - egli scrive - è il vincitore della partita sulle macerie del Pd" ed è "il depositario di un potere di vita e di morte" sul governo. Parole tendenziose. È vero che il Pdl può far cadere il governo in qualunque momento voglia, ma identico potere ha il Pd. E allora perché parlare solo di Berlusconi?

Egli constata poi che "la società italiana, [è] caratterizzata da una serie di fratture profonde, non riferibili soltanto alla sfiducia crescente verso politica e istituzioni, ma soprattutto alla progressiva lacerazione del tessuto sociale". E di queste i governi non si occupano: "l'unica bussola è stata quella dell'economia, e il mercato è vissuto come un'invincibile legge naturale, tutto il resto è stato ritenuto "sacrificabile". E infatti la parola "sacrifici" è stata correntemente usata con allarmante leggerezza, senza essere capaci di rendersi conto che così veniva messa a rischio la coesione sociale e s'inoculava il virus della violenza".

Se è vero che magna pars della realtà di un Paese è l'economia, questo passaggio dimostra che il prof.Rodotà è del tutto incapace di capirla. Se il mercato non somiglia ad un'invincibile legge naturale, se è facile contrastarlo, sarà pur lecito chiedere a Rodotà come farebbe per obbligare i tedeschi a comprare automobili Fiat, gli indiani a bere vini piemontesi e i risparmiatori di tutto il mondo a comprare i nostri titoli di Stato. Contrariamente a quanto pensa il nostro illustre giurista, il mercato è effettivamente da considerare un fenomeno assolutamente ingovernabile ed invincibile. Ne sa qualcosa Giuliano Amato che  si intestardì a mantenere un cambio della lira che le Borse e i mercati rifiutavano, riuscendo soltanto ad assestare un colpo terribile alle nostre riserve auree e ad arricchire George Soros. E infine dovette inchinarsi e svalutare, come gli imponevano appunto i mercati e le Borse. Se Rodotà non ha capito tutto questo, dargli incarichi politici di rilievo sarebbe come mandare un poeta quindicenne a comandare una battaglia campale.

Allarmante è pure l'affermazione che, preoccupandosi molto dell'economia, "si inocula il virus della violenza". Proprio in questi giorni Beppe Grillo ha scaricato quel tale prof. Paolo Becchi che ha sostenuto una tesi pressoché analoga. L'affermazione secondo cui, se un esaltato spara a un carabiniere in piazza Montecitorio, la colpa è di chi sta dentro quel palazzo è demenziale. Demenziale perfino Grillo.

Rodotà reputa il governo colpevole dei crimini altrui mentre è "doveroso un riconoscimento a chi incanala la protesta sociale nelle forme della legalità. Penso alla Fiom, tante volte aggredita, che ha scelto la via giudiziaria per affermare i diritti dei lavoratori". L'agnellino Fiom è quello che ha rischiato di far chiudere la fabbrica di Pomigliano d'Arco e che per questo è stato perfino sconfessato dagli interessati. Ma il nostro poeta triste gli dedica un reverente inchino.

Comunque la visione poetico-sindacale imperversa, in questo articolo. La dimensione dell'esistenza "non può essere dominata dalla prepotenza dell'economia". Nobile affermazione. Ora immaginiamo un padre di famiglia licenziato, che non fruisce di cassa integrazione, che non ha risparmi e che non ha parenti che possano aiutarlo. Nel momento in cui si fa ora di pranzo e non c'è da mangiare, secondo Rodotà questo disoccupato penserà alla Costituzione che parla - come lui stesso ci ricorda - di un' "esistenza libera e dignitosa collegata alla retribuzione" o al fatto che lui e i suoi quattro figli hanno fame? Veramente certi personaggi famosi non hanno idea di che cosa sia la necessità e parlano in favore di un popolo che non hanno mai visto. "Il lavoro [non] può essere considerato una merce", scrive, come un monsignore. Dimenticando che il disoccupato accetterebbe volentieri che fosse considerato una condanna e un'umiliazione, purché gliene dessero uno. Quella della brioche di Maria Antonietta pare sia una leggenda, ma queste parole di Rodotà sono su "Repubblica".

Il punto è che per lui, come per Luigi XIV,  il denaro non conta. È un argomento da bottegai. E infatti: "La discussione generale sul reddito di cittadinanza non può essere elusa". E chi la vuole eludere? Il problema è dove trovare i soldi per pagare il sussidio. Se l'ammontare fosse di quei mille euro di cui parlava Beppe Grillo, milioni di lavoratori che lavorano per meno si licenzierebbero, perché, essendo pagati da Grillo e da Rodotà, ci guadagnerebbero.

Altre necessità prioritarie: una legge sulla procreazione assistita e una legge sul matrimonio degli omosessuali. Basterebbe approvarle, e il nostro disoccupato pasteggerebbe ad aragoste e champagne. E non si deve neppure dimenticare il dovere morale di andare contro Berlusconi con "la legge sui conflitti d'interesse e sull'incandidabilità, sul falso in bilancio e sulla prescrizione dei reati".

"Ma il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio" non risiede, come hanno pensato tutti, nel fatto che non ha indicato nessuna copertura finanziaria per raggiungere i molti scopi enunciati nel suo discorso, "risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme". Ecco su che cosa il nostro disoccupato perde il sonno.

Come si vede, le conoscenze di questo signore in materia di economia sono allarmanti per la loro utopica inconsistenza. Di fronte ad un incendio, non avendo la lira di Nerone, piuttosto che chiamare i pompieri o gettare acqua sulle fiamme, egli si metterebbe a descriverne la bellezza.


Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 

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