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Schlein accerchiata sulle primarie: Conte vuole il terzo incomodo, Gentiloni apre ai riformisti. E il Pd rischia la resa dei conti

“Sono pronta a guidare questa comunità e a guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza le primarie”. L’analisi dopo le parole di Schlein

Schlein accerchiata sulle primarie: Conte vuole il terzo incomodo, Gentiloni apre ai riformisti. E il Pd rischia la resa dei conti
Elly Schlein

«Sono pronta a guidare questa comunità e a guidarla come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza le primarie». Dal palco dell’assemblea del Pd, Elly Schlein ha lanciato il guanto di sfida. A Giuseppe Conte, certo. Ma anche a quanti, nel suo stesso partito, continuano a cercare un altro nome per Palazzo Chigi. Quel «con o senza» non lascia spazio a molti equivoci: la segretaria non intende restare una candidata in attesa del via libera altrui. E il voto dell’assemblea, che l’ha indicata come unica candidata del Pd alle eventuali primarie con 578 sì, 3 no e 26 astenuti, le offre un argomento politico in più.

È in questo clima che va letta la mossa di Giuseppe Conte, che pare sempre più motivato non solo a provare a vincere le primarie, ma nello stesso tempo cercare comunque di ostacolare la vittoria della sua “rivale”: allargare le primarie, aggiungere concorrenti, evitare il confronto diretto con Schlein. Ufficialmente per scongiurare un «duello rusticano». Ma c’è chi, nel Pd, legge questa apertura in modo assai meno disinteressato. Più candidati significherebbero più possibilità di erodere consensi alla segretaria, mentre il leader dei Cinque Stelle potrebbe contare su un elettorato più riconoscibile e compatto. «Il sospetto è che Giuseppe Conte stia giocando una partita che interessa anche a qualcun altro: quella di chi, dentro e attorno al Partito democratico, vuole impedire a Elly Schlein di diventare una leader pienamente autonoma. Una segretaria sostenuta finché tiene insieme il partito, ma sottoposta a esami supplementari appena pretende di guidare l’intera coalizione», dice un deputato di lungo corso del Pd, vicino alla segretaria.

Insomma, dalle parti del Pd cominciano a subodorare un’aria strana di complotto o almeno di trame nel buio. E nelle ricostruzioni più maliziose spunta anche il nome di Marco Travaglio, da tempo critico verso la linea di Schlein e considerato vicino alle posizioni di Conte. Ed a questo punto le truppe della segretaria sembrano pronte a contrattaccare. Il dato politico è la richiesta di allargare la competizione. «Io mi auguro che ci siano altri candidati», ha detto Conte, spiegando di voler evitare un «duello rusticano». L’effetto potrebbe essere quello di offrire un’alternativa a chi non vuole Schlein, ma non intende neppure schierarsi con il Movimento. Lo spiega un senatore dell’area riformista del Pd, da oltre vent’anni in Parlamento: «Conte conserverebbe il proprio nucleo di sostenitori, mentre la segretaria dovrebbe difendere il suo elettorato su più fronti. Il pluralismo diventerebbe così una leva per riaprire una successione che nel Pd qualcuno considera evidentemente ancora incompiuta».

Nel retroscena democratico tornano così i nomi di sempre: Franceschini, Prodi, D’Alema. Non ci sono prove di una regia comune, ma è evidente che la leadership di Schlein non convince tutti allo stesso modo. E oggi Paolo Gentiloni, intervistato dal Corriere della Sera, ha aggiunto un elemento alla discussione. L’ex presidente del Consiglio, da alcuni considerato un possibile federatore del campo largo, non chiude affatto all’ipotesi di una candidatura riformista. A chi gli chiede se sia opportuno presentare alle primarie un nome alternativo a Schlein e Conte, risponde: «Non penso sarebbe sbagliato avere più voci, non solo per rappresentare la pluralità di culture presenti nel Pd».

Gentiloni, però, non parla soltanto di primarie. Mette in guardia anche dalla tentazione di spostare ancora più a sinistra il baricentro della coalizione: il rischio, osserva, è sognare Mamdani e risvegliarsi con Mélenchon. È un richiamo alla cultura riformista del Pd e alla necessità di parlare a un elettorato più largo, non soltanto alla parte più militante. Qui le strade di Conte e di una parte dei riformisti potrebbero incrociarsi, almeno negli effetti: il primo vuole evitare una sfida secca con la segretaria; i secondi vogliono pesare sulla linea e sul nome del candidato premier. Non significa che abbiano un piano condiviso. Significa che Schlein potrebbe trovarsi a combattere su due fronti.

«Ma la novità è che mentre la segretaria fino a qualche settimana fa incassava tutto con malcelata indifferenza, testardamente concentrata sull’esigenza di compattare le opposizioni, adesso sembra voler partire al contrattacco e far valere le sue ragioni e la sua forza di segretaria del maggior partito di opposizione, come mi sembra giusto e naturale che sia», dice un senatore del Pd a lei vicino. Il 18 ottobre Schlein ha avvertito: «Non siamo arrivati sino a qui per farci dire che si vince con un altro profilo». Un messaggio che non sembra rivolto soltanto agli alleati. Secondo una ricostruzione del Giornale, nei giorni precedenti avrebbe contestato anche a Franceschini iniziative interpretate come un tentativo di indebolirla. Si tratta, appunto, di un retroscena giornalistico, non di una sua accusa pubblica.

Resta da capire chi sia disposto a sfidarla apertamente. Conte non vuole riconoscerle in anticipo la candidatura a Palazzo Chigi; Gentiloni ricorda che nel Pd la cultura riformista non intende restare alla finestra. E sullo sfondo compare Silvia Salis, sindaca di Genova, sempre più citata come possibile figura capace di parlare a mondi diversi del centrosinistra. Qualche giorno fa ha sostenuto che la coalizione fatica a vincere sul piano nazionale perché ha sviluppato «anticorpi potentissimi contro la vittoria» e perché manca un leader riconosciuto.

È qui il paradosso per Schlein: dopo aver rivendicato il diritto di guidare il Pd e la coalizione, deve ancora convincere una parte del suo stesso campo a riconoscerle quel ruolo. Conte può trarre vantaggio dalle divisioni democratiche anche senza cercarle direttamente. E chi nel Pd non vuole Schlein candidata premier potrebbe finire per favorire proprio il leader dei Cinque Stelle. Insomma una partita tutta da giocare, ma la sensazione è che lascerà pesanti strascichi in chi la perderà.

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