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Schlein politicizza il Referendum, ma il rischio di autogol è dietro l’angolo

Il dibattito sul referendum divide magistrati e partiti

Schlein politicizza il Referendum, ma il rischio di autogol è dietro l’angolo

Schlein politicizza il Referendum, ma il rischio di autogol è dietro l’angolo

“Perché la separazione delle carriere non è un’invenzione della destra: è una riforma che, per almeno un quarto di secolo, ha abitato stabilmente nei programmi e nelle riflessioni della sinistra riformista. La propose la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997, che immaginava carriere costituzionalmente distinte tra giudici e pubblici ministeri.

Tornò nei programmi dell’Ulivo all’alba del 2000, riapparve nel 2007 nel disegno di legge costituzionale presentato dal ministro Mastella durante il secondo governo Prodi e continuò a riaffiorare nel dibattito del Partito Democratico, dove autorevoli esponenti hanno a lungo sostenuto che la terzietà del giudice richiede percorsi professionali separati.

“Scrive Franco Carraro, avvocato editorialista e formatore, evidenziando la contraddizione che alberga nella sinistra in questa campagna referendaria. Sono molti gli esponenti non solo dell’ala riformista ma anche tra costituzionalisti di peso come Stefano Ceccanti o Cesare Salvi, che hanno una lunga militanza tra i banchi parlamentari e nelle posizioni di governo tra le file della sinistra, che sono convintamente per il sì, ma anche Paolo De Castro prodiano di ferro e ministro dell’agricoltura nel Prodi II: “Ritengo che sia importante avere un giudice terzo e per questo sono favorevole alla separazione delle carriere, così come alla istituzione dell’Alta Corte per la possibilità che anche i magistrati, come tutti, siano giudicati per il loro lavoro”.

E molti altri, primo tra tutti il guru Goffredo Bettini, che ha detto chiaramente che lui sarebbe per il sì nel merito ma voterà no per andare contro al governo. Ma come si vocifera nei Palazzi romani, sono moltissimi quelli a sinistra, sia tra politici che soprattutto tra i magistrati, che voteranno sì, anche se non hanno il coraggio di dirlo.

“Conosco decine di magistrati che mi hanno confessato che voteranno sì, ma che non possono dirlo per paura di ritorsioni nel caso dovesse vincere il no. E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che la riforma toglierebbe autonomia alla magistratura. Se il sistema attuale provoca queste storture, allora vuol dire che occorre intervenire proprio per liberare la stragrande parte dei giudici da queste logiche spartitorie, che nulla hanno a che fare con il potere giudiziario. Le correnti hanno creato una casta che segue logiche impartite dalla ideologia e dall’appartenenza ad una parte politica e che determinano scelte tutt’altro che meritocratiche”, dice un senatore di vecchio corso di Forza Italia.

La campagna referendaria insomma dimostra ancora una volta il grado elevato della commistione tra politica e magistratura, e la cosa paradossale è quella, come dice un senatore di Azione, “che proprio quelli che accusano la riforma di voler mettere la magistratura sotto il controllo della politica, sono gli stessi che da anni hanno tutto l’interesse ad avere una magistratura politicizzata, che spesso passa dalle aule di giustizia a quelle parlamentari, casualmente sempre sotto la solita bandiera”.

Ma come se non bastasse il fronte del no ha deciso di arruolare tra le sue fila improbabili frontman, come attori, cantanti, registi e scrittori tutti pronti a scendere in piazza e a metterci la faccia, per difendere la costituzione, che sarebbe, a loro dire, stravolta da questa riforma.

Mentre chi la giustizia la conosce a fondo, come il procuratore della repubblica di Roma, Giuseppe Bianco, spiega molto bene quali potrebbero essere gli effetti di una vittoria del no: “La vittoria del No sarebbe la vittoria non dell’opposizione politica, ma del correntismo che ha guidato l’opposizione politica. Con la differenza che mentre il correntismo è sempre stato tetragono e coerente con le sue posizioni conservatrici, l’opposizione ha dovuto rimangiarsi delle posizioni riformiste per andare a rimorchio e giocarsi la chance di fare cadere il governo. Il che vuol dire che sarebbe il correntismo ad intestarsi una eventuale vittoria del NO. E potrebbe perfino rivendicare una partecipazione diretta al governo”.

Ecco allora perché, dopo aver assistito per settimane a scivoloni da parte degli esponenti della sua parte politica (ultimo in ordine di tempo quella della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi), Giorgia Meloni, di concerto con i suoi due sherpa Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, ha deciso di stoppare tutti e metterci la faccia, per parlare della riforma nel merito, cercando di argomentare la validità dei capisaldi della riforma, sorteggio del Csm, separazione delle carriere, divisione del Csm in due e creazione di un Alta Corte di giustizia per giudicare i magistrati.

E in suo aiuto sono arrivati, in modo anche inaspettato forse, anche alcuni costituzionalisti di sinistra, come Stefano Ceccanti, già parlamentare del Pd per due legislature e fiero sostenitore della riforma, che a proposito del sorteggio al Csm, per esempio, ha detto qualche giorno fa alla Camera: “Quelli che rivendicano che solo l’elezione manda i migliori al Csm non si accorgono che stanno implicitamente dicendo che, allora, i “peggiori” restano nei tribunali a giudicare i cittadini… offensivo per tutti i magistrati e per i cittadini. Peraltro nel 2022 un 41% dei magistrati aderenti all’Anm, appositamente consultati, si pronunciava per il sorteggio come metodo migliore”.

Giorgia Meloni ha fatto un vero tour de force televisivo (con una puntata anche clamorosa e un po’ provocatoria al podcast di Fedez) per spiegare nel merito la riforma e per ribadire che il governo comunque vada resterà saldamente al suo posto. “Non si tratta di sovvertire o attaccare i giudici, ma esattamente del contrario: rafforzarne l’autorevolezza agli occhi dei cittadini. Perché non va preservata solo l’indipendenza della magistratura dalle interferenze della politica. Va anche garantita l’indipendenza di chi decide se hai sbagliato e devi pagare da chi ti accusa di aver sbagliato e di dover pagare”, dice un senatore di Fdi, molto vicino alla premier.

Ma la sinistra convinta che la vittoria del no sia quasi scontata, non vuol mollare l’osso, sta giocando una partita tutta politica, con Elly Schlein sugli scudi, convinta che questa sia l’occasione giusta, più che per scalfire il governo, per una resa dei conti interna e anche con Giuseppe Conte.

“Se vince il no, la Schlein si sentirà più forte e taglierà i ponti con chi, come la Picierno o altri riformisti sono ormai con un piede fuori dal partito. E poi certo intestandosi la vittoria potrà avere buon gioco anche nella corsa verso la premiership con Conte. Ma è un azzardo perché se dovesse perdere anche questo referendum per lei sarebbe davvero difficile gestire una situazione di una parte del partito che si rivolterebbe contro”.

In effetti tra qualche mese scadrà il mandato della presidente del Parlamento europeo, e fonti del Pd sono certi che quella sarà l’occasione per dare a Nicola Zingaretti la vicepresidenza del parlamento al posto proprio di Pina Picierno. La stessa Picierno che pochi giorni fa ad un evento a Teano ha spiegato le ragioni di una riforma che secondo lei doveva intestarsi la sinistra: “Dal processo inquisitorio al processo accusatorio, dove la Pubblica accusa e la Difesa devono confrontarsi su un terreno di parità e dove c’è un giudice terzo e indipendente che decide in base a quanto emerge dal dibattimento. Una riforma incompiuta per la mancanza di terzietà del giudice; una riforma mai realizzata perché trascinata sul terreno dello scontro politico. È sempre stata una riforma di sinistra, ma ora il Pd sceglie di non modificare l’esistente”.

Un’accusa nemmeno troppo velata alla linea della segretaria, con la quale la Picerno è ormai in rotta da tempo, ma anche un chiaro sintomo che politicizzare il referendum come ha voluto fare la Schlein, senza entrare troppo nel merito della riforma, rischia di diventare l’ennesimo autogol di un partito, da troppo tempo accusato di soffrire di autolesionismo cronico