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Politica

Mentre sale la tensione nella maggioranza, di ora in ora ci si interroga su quali sarebbero le conseguenze immediate di una caduta del governo Letta sull'attivita' legislativa, alla vigilia di importanti scadenze per l'economia e la contabilita' dello Stato. Un eventuale voto di sfiducia e il dissolvimento della maggioranza limiterebbe l'azione dell'esecutivo all'ordinaria amministrazione e lascerebbe a Letta l'arma della decretazione d'urgenza solo su questioni tecniche e di un'oggettiva gravita' ampiamente condivise dal Parlamento.

Provvedimenti che implichino votazioni su questioni piu' politiche sarebbero destinati molto probabilmente a naufragare allo scadere dei canonici 60 giorni entro i quali devono essere convertiti in legge, penalizzati come prevedibile dallo scoglio di imprevedibili geometrie parlamentari. I decreti gia' incardinati dal governo in Parlamento e che hanno avuto il placet dei due maggiori partiti di maggioranza non dovrebbero avere difficolta' nell'iter verso l'approvazione. Si tratta dei provvedimenti sull'Imu, sul femminicidio, il decreto Cultura e la normativa sulla scuola varata dall'ultimo consiglio dei Ministri. Probabilmente la grande sconfitta per il governo delle larghe intese sara' soprattutto sul piano delle riforme istituzionali, che hanno iniziato in questi giorni un lungo percorso e che si preannuncia gia' molto faticoso.

La ricerca di un accordo sulla delega fiscale sembra essere giunta a buon punto e attende nei prossimi giorni l'esame delle commissioni competenti ma nessuno puo' sapere se reggera' alla prova della crisi politica. Appare molto improbabile invece che i partiti della ex maggioranza possano mettersi d'accordo sull'approvazione del Documento economico finanziario e della Legge di stabilita', al quale e' legata tra l'altro la compiuta attuazione degli impegni politici assunti dal governo a latere del decreto Imu, come il finanziamento dell'abolizione della seconda rata dell'imposta sulla casa e del 50% rimanente del fondo destinato alla Cig. Come si allontanerebbe irrimediabilmente oltre la scadenza del primo ottobre l'individuazione di una copertura in bilancio che eviti in tempo lo scatto dell'aliquota Iva dal 21 al 22%. Tutto il resto, compresi gli impegni del presidente del Consiglio sulle misure richieste dalle parti sociali nel 'patto di Genova', dovrebbe attendere gli orientamenti della prossima maggioranza.

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