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Sicuri di voler cambiare le regole quando a breve non ci sarà più il campo da gioco?

Mentre l’ordine mondiale sta cambiando noi siamo ancora qui a parlare di giustizia e legge elettorale: la storia non aspetta i tempi della politica italiana. Vogliamo davvero contare o restare spettatori? Il commento

Sicuri di voler cambiare le regole quando a breve non ci sarà più il campo da gioco?

Dal caso Crosetto alle parole “fuori dal tempo” di Tajani: la nostra classe dirigente fatica a percepire la portata dello sconvolgimento mondiale in atto

C’è qualcosa di profondamente provinciale nel dibattito italiano di queste settimane. Mentre il mondo accelera, mentre gli equilibri geopolitici scricchiolano e si ridisegnano a una velocità che non vedevamo dalla fine della Guerra fredda, noi siamo ancora qui a discutere di legge elettorale, di alchimie parlamentari, di un referendum sulla giustizia che — diciamolo senza ipocrisie — interessa a pochi e inciderà su poco. Un esercizio quasi autoreferenziale, mentre fuori dalle nostre finestre cambia l’ordine del mondo.

La fotografia è impietosa. Il ministro della Difesa di un Paese del G7 non viene informato di ciò che sta per accadere e vola a Dubai come se nulla fosse. Un altro ministro, quello degli Esteri, parla con toni e parole che sembrano appartenere a un’altra epoca, come se non avesse chiaro nemmeno il punto della mappa in cui ci troviamo. Non è solo una questione di comunicazione. È il sintomo di una classe dirigente che fatica a percepire la portata dello sconvolgimento in atto.

Perché nel frattempo il mondo si muove — e si muove in modo brutale. Il combinato disposto di un Donald Trump sempre più vicino al delirio di onnipotenza, destinato prima o poi a scontrarsi frontalmente con la Cina, di un Israele che in Medio Oriente agisce con una forza mai vista, di un Iran che molti vorrebbero archiviare aprendo un nuovo corso — possibilmente senza sostituire un volto tragico con un altro — e di un conflitto in Ucraina che continua a macinare risorse, vite e stabilità, sta ridisegnando gli assetti globali. Non è una fase di transizione: è un terremoto.

E noi? Noi discutiamo delle regole del gioco come se il campo fosse eterno. Come se il perimetro in cui siamo abituati a muoverci fosse garantito. Ma non è così. Il rischio è che mentre cambiamo le norme per scegliere chi governerà domani, il contesto in cui quel governo dovrà operare non esista più o sia radicalmente diverso.

Chi ha memoria storica sa che certe accelerazioni non sono lineari. Il crollo del Muro di Berlino non fu soltanto la fine di un sistema geopolitico: in Italia produsse una forza d’urto che travolse la Prima Repubblica, spazzando via partiti, equilibri, classi dirigenti. Oggi la potenza distruttiva potrebbe essere persino superiore. Perché allora il mondo andava verso un ordine nuovo, oggi rischia di andare verso un disordine permanente.

La domanda vera non è chi vincerà il prossimo turno elettorale o quale formula garantirà qualche seggio in più. La domanda è se l’Italia sarà ancora un attore o soltanto uno spettatore. Se saprà trovare una centralità strategica — economica, industriale, diplomatica — oppure se continuerà a galleggiare, trasformandosi progressivamente in un vassallo, più di quanto già non sia.

Il punto è questo: la storia non aspetta i tempi della politica italiana. E quando il campo da gioco cambia, non serve aver scritto il regolamento perfetto. Serve essere abbastanza forti da restare in partita. O almeno abbastanza lucidi da accorgersi che la partita è già iniziata altrove.

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