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Politica

Enrico Letta è riuscito a costituire il proprio governo e il problema successivo sarà la fiducia in Parlamento. Normalmente non ci dovrebbero essere difficoltà, anche se all'interno del Pd alcuni si dicono più che perplessi all'idea di sostenere un esecutivo che è "anche" berlusconiano: ma è una buona occasione per chiedersi: il voto dei deputati e dei senatori deve essere in linea con ciò che ha stabilito il partito?

Secondo la Costituzione il parlamentare esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato e dunque è libero di votare come meglio crede. Questa libertà somiglia tuttavia a quella di un figlio maggiorenne e disoccupato che può lasciare la casa paterna quando vuole ma non ha né dove andare a dormire né qualcosa da mangiare.

L'appartenenza ad un partito non è priva di conseguenze. Per cominciare, essa impone il dovere della gratitudine, perché senza un partito non si è eletti o rieletti. Ed anche il dovere della disciplina, perché la forza dell'azione di un partito dipende dalla sua coesione: non si vince una battaglia se le truppe non sono fedeli. Né la delega al partito, per quanto riguarda la decisione finale da adottare sul voto, viola la dignità del singolo deputato o senatore: infatti a favore dell'obbedienza milita lo stesso principio democratico. Se all'interno del partito la maggioranza ha deciso una linea di condotta, il dissenziente ha il dovere di inchinarsi ad essa.

Per legge il parlamentare può votare liberamente, anche contro l'indicazione del capogruppo. Naturalmente, se intende esercitare questo diritto, deve poi assumersene le relative responsabilità.  Il partito infatti ha a sua volta il diritto di espellerlo e di non ripresentarlo più come proprio candidato, alle successive elezioni. Si è infatti incrinato il rapporto di fiducia fra gruppo e singolo.

Se vota pubblicamente contro le indicazioni ricevute, il deputato o il senatore che ha il senso dell'onore dovrebbe poi offrire le proprie dimissioni. Egli infatti, pur avendo votato contro il partito in quell'occasione, può pensare di essere ancora sulla linea del partito, in generale, e dunque lascerà ai dirigenti la decisione finale, se accettare o respingere quelle dimissioni. Se invece reputa che quel voto sia del tutto inaccettabile (per esempio se si varano leggi razziali o antisemite), deve presentare dimissioni irrevocabili. Ciò significa al passaggio che, se la materia è poco importante, votare contro la linea del proprio gruppo è sempre stupido: si va contro gli interessi comuni e contro gli interessi propri, rischiando la propria affidabilità. Se invece la materia è importantissima, può anche essere necessario mettere in gioco la propria carriera politica. Proprio per questo - perché ogni voto deve rappresentare una chiara assunzione di responsabilità in relazione con la linea politica che si intende seguire - la fiducia sul nuovo governo è data con voto palese.

Ciò porta a parlare del voto segreto, il quale pone problemi più sottili, inquanto il dissenso in questo caso è legittimato dal sistema, il quale sembra dire: "Vota come vuoi e ti garantisco che non correrai alcun rischio". E non sorprende che questo genere di votazione sia richiesto quando si discute di persone: è necessario non alimentare inimicizie e rancori personali. Tuttavia questa garanzia non toglie che il voto contro la linea del partito sia sleale. La segretezza infatti dovrebbe proteggere dai nemici e all'interno del proprio partito non ce ne dovrebbero essere. Dunque chi avesse un alto senso dell'onore, il proprio voto dissenziente dovrebbe annunciarlo pubblicamente, nella discussione all'interno del partito, e poi trarne le dovute conseguenze. Ma questa, parlando di politici, è un'aspettativa eccessiva.

Il rimedio - ma forse è solo un pio desiderio - sarebbe un atteggiamento molto democratico, all'interno del partito. Chi esprime il proprio dissenso dovrebbe essere rispettato come simbolo di libertà. Ma questo singolo dovrebbe poi avere eventualmente la lealtà di annunciare che userà il voto segreto secondo le proprie convinzioni personali, lasciando al partito la libertà di trarne le conseguenze. Il caso di un'assemblea che acclama all'unisono il nome di Romano Prodi come candidato alla Presidenza della Repubblica per poi impallinarlo col voto segreto è sconfortante. Probabilmente in quell'occasione ognuno ha dato sfogo alla sua antipatia pensando che il candidato sarebbe comunque stato eletto col voto degli altri, ma in troppi hanno fatto lo stesso calcolo e il voto ha avuto un risultato politico devastante.

Una volta che un partito adotta democraticamente una linea politica, i suoi parlamentari dovrebbero obbedire. Diversamente dovrebbero essere pronti a trarne le conseguenze. Non si ha il diritto di danneggiare un partito continuando a beneficiare dei vantaggi che esso offre.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
 

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