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Politica

di Niccolò Biondi

(da http://unacosasemplice.blogspot.it/2013/03/la-mentalita-del-grillino-medio-pd-pdl.html)

Il Movimento 5 Stelle, come ogni movimento populista che si rispetti, vive di slogan e di “frasi fatte”: concetti che, per quanto parzialmente corrispondenti alla realtà delle cose, trovano espressione in affermazioni assolutamente semplicistiche che rischiano di scollegare le persone dai fatti, distruggendo la possibilità di una dialettica civile con chi ha posizioni diverse.

Le parole, lungi dall’essere semplici veicoli di significato, sono pesanti come macigni: una volta che un modo di dire si è affermato e si diffonde nella società, porta ad una modificazione dapprima della coscienza individuale (tradotto: le idee in merito alla realtà cambiano), poi della realtà stessa: pesanti come macigni, le parole (non importa quanto corrispondenti al vero: è sufficiente che siano martellanti, che si diffondano come un mantra divenendo meccanicamente modalità di pensiero) sono in grado di sconquassare una società nelle sue fondamenta.
Portiamo due semplici esempi: i termini “negro” ed “ebreo”. Entrambi i termini, originariamente “neutri” (in quanto applicati convenzionalmente a determinate “entità”, il primo a individui di pelle scura, il secondo ai seguaci di un certo credo religioso), hanno avuto una modificazione di significato ad opera di logiche demagogiche (rispettivamente schiavismo e nazismo) finalizzate a declassare, disumanizzare ed infine distruggere le entità di riferimento (per inciso: con”entità di riferimento” intendiamo ciò cui una parola si rivolge, l’oggetto che vogliamo indicare quando la usiamo).
Il meccanismo di distorsione del significato è lo stesso: “negro” (dal latino “niger”, “nero”) inizialmente designava persone dalla pelle scura, e nient’altro: era dunque una parola, politicamente neutra, che si proponeva di descrivere i tratti somatici ed il colore della pelle di una classe di individui. In seguito alla nascita del termine, tuttavia, ha assunto anche curvature peggiorative di significato: da semplice “individuo di pelle scura”, “negro” voleva dire “individuo inferiore, essere umano residuale da utilizzare come strumento”; e i milioni di schiavi africani deportati nelle piantagioni americane dimostrano che non si tratta soltanto di un fenomeno semantico (attenzione: gli schiavisti si sentivano perfettamente legittimati a farlo, in quanto il “negro” era ormai diventato una bestia da soma, nella mentalità comune).
Un discorso analogo si può fare riguardo al termine “ebreo”. I gerarchi nazisti non provavano alcun rimorso, né si ponevano alcuna questione morale, riguardo allo sterminio da loro perpetrato: perché, semplicemente, di “sterminio” non si trattava, nella loro mentalità, ma di semplice “pulizia etnica”: l’ebreo non era più concepito come un individuo appartenente ad un credo diverso, ma come un parassita della società da eliminare (giustamente, nella mentalità nazista). E’ lampante (tristemente lampante) come una medesima realtà (l’uccisione coatta di milioni di ebrei) appaia in maniera differente a seconda della prospettiva da cui si guardi: sterminio da un lato, pulizia etnica dall’altro. Ancora più triste (anzi: desolante, e per molti incomprensibile) il fatto che milioni di tedeschi abbiano compiuto ciò che hanno compiuto senza curarsi minimamente delle proprie azioni: l’omicidio di massa era ormai divenuto, nella mentalità comune, un compito da svolgere, un ordine da eseguire; Eichmann, il gerarca nazista processato a Norimberga, descrive se stesso come un “semplice funzionario”. Come può un omicida seriale avvertire se stesso come un “semplice funzionario”? E’ evidente che deve essere occorso un cambiamento radicale, nichilistico, di mentalità; da dove questo cambiamento di mentalità? Dall’uso delle parole, che dal 1933 bombardavano i tedeschi con messaggi del tipo “vi distruggeremo tutti”, “i parassiti ebrei devono essere sterminati”. Un bombardamento delle coscienze che ha obnubilato la possibilità del giudizio morale, di distinzione tra giusto e sbagliato, da parte non solo degli ufficiali del partito, ma anche delle persone “normali”: persone come me che scrivo, come voi che leggete. Il nichilismo nazista, con il deserto della coscienza che si porta dietro, è una possibilità che risiede in ogni società: è un pericolo da cui difendersi, attraverso la consapevolezza.

Probabilmente vi starete chiedendo il perché di questa lunga premessa. Vi rispondo immediatamente: la storia delle idee ci insegna che il significato delle parole non è statico, ma si modifica continuamente; e che quando ciò succede, a modificarsi è bensì la mentalità delle persone: e che il passo successivo è un cambiamento radicale della realtà, cambiamento che (nei due casi sopra elencati) ha portato a stragi e stermini che l’essere umano non si pulirà mai di dosso.
Tutto ciò per dire: attenzione, le parole sono pericolose, soprattutto se urlate; e ancora più pericolosi sono i capi del popolo che modificano i loro significati all’insaputa dei diretti interessati: un semplice termine, utilizzato in modo leggermente diverso, può causare i disastri che la storia ci ha tramandato.

Il caso del Movimento 5 Stelle è paradigmatico: stiamo assistendo ad una sistematica e probabilmente inconsapevole distorsione dei significati; e, di conseguenza, della realtà.
In questo post, il primo di una lunga serie (speriamo), ci dedicheremo ad analizzare quella che forse è la più “celebre” affermazione del grillino medio, affermazione ripetuta come un mantra in innumerevoli commenti sui vari blog collegati a quello di Beppe Grillo:

“siete tutti uguali, PD = PDL, non c’è alcuna differenza tra i vari partiti politici”.

Innanzitutto ci chiederemo quale sia il reale significato di questa affermazione; in secondo luogo, se essa sia fondata, e in caso di risposta affermativa, quale fondamento abbia; infine, valuteremo se abbia una portata maggiore di quella che intende avere, e in caso di risposta affermativa, se tale portata sia positiva o meno per la società.

(P.S. Quando uso l’espressione “grillino medio” lo faccio senza alcun intento discriminatorio o offensivo: intendo semplicemente individuare il “tipo” dell’elettore medio del Movimento 5 Stelle, una sorta di minimo comun denominatore delle idee dei vari elettori: e intendo farlo senza alcun giudizio morale, ma semplicemente sulla base dei commenti leggibili qua e là su internet).

Partiamo dal significato che emerge dalla suddetta affermazione: “tutti i partiti politici sono la stessa cosa” nel senso che non vi è alcuna differenza tra di essi. Benissimo, direte voi: niente di più chiaro. Quando il grillino medio la pronuncia, probabilmente coglie nel segno una delle caratteristiche della politica degli ultimi decenni: il fatto che i partiti che si sono succeduti nei vari schieramenti hanno dato vita ad un sistema di rimborsi e di sperperi finalizzato all’arricchimento dei membri. Come dargli torto? Stipendi altissimi in relazione allo stipendio medio di un cittadino comune, ma soprattutto rispetto a quelli dei parlamentari degli altri Stati europei (è sufficiente guardare le tabelle che si trovano cercando su google); rimborsi elettorali di svariati milioni di euro; un meccanismo di rimborsi spese assolutamente non trasparente che ha dato vita ai vari casi Lusi e Fiorito; tutta una serie di leggi, ottenute attraverso uno scambio reciproco di voti, che hanno fatto gli interessi dei vari schieramenti; e così via.
I partiti politici attuali, nella mentalità del grillino medio, sono nient’altro che una continuazione diretta dei partiti che li hanno preceduti: nessun ricambio generazionale, stesse facce, soliti fondoschiena sulle solite poltrone: un sistema finalizzato alla promozione dei propri interessi, a discapito di quelli dei cittadini, che si perpetua.
Quando afferma che “PD = PDL”, il grillino medio vuole dire che Partito Democratico e Popolo della Libertà (ed i loro predecessori) hanno dato vita ad un sistema che gli garantiva (e gli garantisce) alternanza di poltrone e di emolumenti: un sistema, cioè, in cui i due partiti non possono fare a meno del rivale, in quanto dallo scontro frontale con l’altro derivava il proprio consenso elettorale (paura dei “comunisti” da un lato, timore di una dittatura berlusconiana dall’altro). La scena politica, passata e presente, si configura per il grillino medio come una sorta di farsa teatrale, in cui gli attori inscenano divergenze che coprono una comunanza di interessi personali.

Dalla presa di coscienza di questa identità di comportamento collettivo (dove il termine “collettivo” si riferisce ai membri dei partiti) il grillino medio arriva alla conclusione che “tutti i partiti politici sono la stessa cosa”.
Questo è il fondamento, nella prospettiva del grillino medio, della suddetta affermazione. Bisogna valutare se tale fondamento sia “fondato” (perdonate il gioco di parole): cioè, se tale fondamento corrisponda alla realtà delle cose, ovvero a ciò che è effettivamente avvenuto nel mondo della politica negli ultimi decenni ed a ciò che attualmente avviene.

Una cosa è innegabile: i vari partiti si sono costruiti un “ambiente” ideale alla promozione dei propri interessi. Tuttavia, opinabile è la convinzione dell’identità di misura in cui essi hanno fatto ciò: è tutto da dimostrare, cioè, che i vari partiti abbiano la stessa responsabilità e che abbiano concorso nello stesso identico modo (perché questo significa l’affermazione “PD = PDL”) alla costruzione di tale “ambiente”. Affermare ciò, è affermare qualcosa di “forte”: prima di farlo, ognuno dovrebbe nella propria coscienza valutare se si è informato adeguatamente, se ha controllato l’effettivamente se le cose stanno come crede. Non è qui il luogo per valutazioni di questo tipo: ognuno è nelle possibilità di farlo, occorre soltanto un pò di fatica: ricercare su internet, informarsi, stando attenti alla “imparzialità” delle fonti cui si attinge. Non è un lavoro semplice, data la parziale impossibilità di valutare le fonti: tuttavia, se si vuole avere un giudizio il più lucido possibile e il più scevro da preconcetti sulla realtà, è necessario andare in questa direzione. Non se ne esce: il cittadino maturo deve svolgere questo compito per quanto gli è possibile: altrimenti avrà inevitabilmente una posizione a proposito della realtà non solo non veritiera, ma soprattutto alla mercè di chi ha interesse a veicolare certe concezioni della società.

Il grillino medio, dunque, coglie parzialmente nel vero quando afferma l’identità di PD e PDL: coglie nel vero nella misura in cui sostiene che, dato un sistema autoreferenziale finalizzato alla promozione dei propri interessi, i vari partiti ne hanno usufruito; non coglie tuttavia nel vero, o almeno lo afferma ingiustificatamente, quando sostiene che i vari partiti ne hanno usufruito nello stesso identico modo, ossia nella stessa identica misura. Per avere un giudizio lucido a proposito occorrerebbe valutare caso per caso, ossia non limitarsi a generiche affermazioni “tutti i partiti hanno fatto i propri interessi nello stesso modo”, ma prendere in considerazione le varie possibilità di promozione degli interessi personali (meccanismo dei rimborsi elettorali; attuazione di leggi ad personam; e così via) e valutare se i partiti ne hanno approfittato nella stesso identica misura.
La sensazione è che la quasi totalità degli elettori pentastellati non abbia mai fatto un lavoro di questo tipo. Senza scendere nei dettagli e senza valutare in profondità le questioni non si può che avere una concezione “piatta” della realtà politica: e non possono che conseguire affermazioni semplicistiche e retoriche della serie “tutti i partiti sono uguali”.

Veniamo ora all’ultimo “punto”: valutiamo se questo modo di pensare l’identità dei vari partiti politici come totale e “perfetta” abbia una portata che a prima vista sembra non avere; e valutiamo se sia positiva o negativa per la società.
I partiti politici, a dispetto di quanto si legge nei commenti dei blog a 5 Stelle, sono portatori di istanze politiche profondamente diverse. Questo è un dato innegabile, che neanche la più spiccia e tartassante demagogia più cancellare: se prendiamo in considerazione PD e PDL, ad esempio, noteremo come abbiano idee sulla società, sulle politiche energetiche, sulle politiche sociali, sull’idea di Europa (e così via), radicalmente diverse. Non sto a elencare i programmi dei due partiti: è sufficiente che guardiate su google, la differenza è evidente.
Tuttavia, il grillino medio sembra ignorare l’esistenza di tale differenza quando afferma “PD = PDL”: sembra (almeno apparentemente) non notare la differenza che c’è tra chi propone leggi contro la corruzione, l’evasione fiscale, il falso in bilancio (PD) e chi invece tali reati li ha depenalizzati, sia attraverso una riduzione delle pene, sia attraverso un accorciamento dei termini di prescrizione (PDL); tra chi propone politiche energetiche basate sulle energie rinnovabili (PD) e chi invece ha tentato di ritornare al nucleare (PDL); tra chi propone l’estensione dei diritti politici e civili a maggiori fasce di popolazione (PD, rispettivamente ai figli di immigrati e alle coppie di omosessuali) e chi invece ha istituito centri per l’internamento e l’espulsione degli immigrati ed ha ostacolato in parlamento (votando contro) leggi contro l’omofobia (PDL); potrei continuare, mi fermo qui: lascio a voi il compito di verificare tutto il resto delle proposte differenti.
Se dal piano delle proposte programmatiche ci eleviamo al piano delle ideologie e delle concezioni (del mondo, della società) che le ispirano, le differenze si fanno ancora più evidenti: sulla falsariga di quanto sopra, abbiamo da una parte un partito (PD) che si ispira ad una visione del mondo e della società basata sul rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, sulla universalità dei diritti, sulla promozione della legalità; dall’altra, un partito (PDL) che subordina la salvaguardia della natura alla logica della funzionalità e del profitto, che estromette una parte della popolazione (gay e figli degli immigrati) dalla sfera dei diritti sulla base di considerazioni ideologico-religiose, che nelle precedenti legislature ha votato leggi che depenalizzano l’illegalità.

Quando il grillino medio afferma l’identità totale di PD e PDL, non sta soltanto esprimendo il concetto che tutti i partiti hanno avuto un comportamento istituzionale non adeguato, che hanno “inciuciato” (secondo un termine caro ai pentastellati) e che hanno approfittato di un sistema favorevole all’arricchimento del “politico”, ma anche (probabilmente a sua insaputa) che le proposte e le diverse ideologie che le ispirano sono la stessa cosa. Il che equivale a dire che non esiste alcuna ideologia, che non ci sono differenti visioni del mondo, e che soprattutto le differenti visioni del mondo non sono promosse dai diversi partiti.
Il che non solo è falso, in quanto differenti proposte di legge sono ispirate a diverse concezioni della società e del mondo (pensiamo ad esempio al taglio di 7 miliardi dei finanziamenti alla scuola pubblica da parte del ministro Gelmini, PDL, che sottende una logica finalizzata alla promozione del privato; oppure alla tassa patrimoniale, che è finalizzata ad attingere fondi dalle classi sociali abbienti, manifestando una volontà di tutela nei confronti di chi ha meno), ma anche molto pericoloso: quando si fa piazza pulita dei valori e delle concezioni del mondo, tutto può accadere. “Se Dio è morto, tutto è lecito” afferma l’Ivan Karamazov di Dostoevskij; e se i nazisti fecero ciò che fecero, fu possibile soltanto sulla base di una distruzione del panorama dei valori dei tedeschi, incapaci di realizzare nella propria coscienza che sterminare una popolazione fosse sbagliato, profondamente sbagliato

Lungi da noi, ovviamente, paragonare l’opera del Movimento 5 Stelle ad un omicidio di Dio, o alla pratica nazista: ma è necessario mettere in guardia che, se si riduce l’universo dei valori e delle ideologie (che non sono crollate con il muro di Berlino, ma permangono tuttora, e fortunatamente) ad un cumulo di macerie, l’edificio che in futuro vi verrà costruito sopra potrebbe non essere quello la gente si aspetta e di cui la società ha bisogno.

E se davvero il grillino medio fosse convinto che le ideologie sono indifferenziate, o che (peggio) non esistono, e stesse perseguendo con piena consapevolezza e convinzione questa opera di demolizione? In questo caso, starebbe mentendo a se stesso: perché gran parte delle proposte del Movimento 5 Stelle sono “politiche”, nel senso che sono ispirate ad una visione ben precisa della società: il salario minimo garantito, lo stop alle grandi opere, l’abolizione del potere esecutivo sono proposte pienamente politiche, che corrispondono alla applicazione di una particolare ideologia, benché quest’ultima non sia inquadrabile in nessuno schema del passato.
Il fatto che il Movimento 5 Stelle abbia una propria ideologia, inedita e diversa da quella degli altri partiti, è cosa perfettamente normale: ciò che “normale” non è (“normale” rispetto ai meccanismi della democrazia parlamentare) è che tale ideologia si sottragga sistematicamente al confronto con le altre. Se la logica del “non facciamo nessun accordo” è perfettamente legittima e giustificata, quella del “non mandiamo i nostri militanti in tv, non ci esponiamo a domande e al confronto” rientra in un meccanismo di delegittimazione dell’altro: se non ci si espone al confronto, implicitamente si afferma la non legittimità del punto di vista altrui.

Ciascuno si dovrebbe chiedere se tale delegittimazione e tale rifiuto del confronto siano fecondi o dannosi per la società: non è in questione il fatto che tale modo di porsi sia giusto o sbagliato, e non siamo qui a dare giudizi morali. Il giudizio che è necessario formulare, è se tale modalità sia o no utile al giusto funzionamento della società.
Bisogna che ogni cittadino ne sia consapevole: tale delegittimazione del punto di vista altrui è la base di partenza, nonchè il presupposto fondamentale, di ogni fenomeno totalitario e dittatoriale.
Il grillino medio, probabilmente senza rendersene conto, si fa veicolo di una istanza politica anti-democratica proprio nel momento in cui afferma di voler istituire una democrazia diretta: applausi alla demagogia mistificatoria di Beppe Grillo, capace di orientare lo sguardo dei cittadini in una direzione, mentre li conduce in quella opposta.

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