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Politica

di Silvia Davite

Le elezioni regionali in Sicilia, quelle politiche del 2013, i dati di affluenza al voto in Sardegna, Calabria ed Emilia Romagna avrebbero dovuto, e ancora dovrebbero, indurre tutti a riascoltare l’intervento di Giancarlo Giorgetti, all’indomani dell’insediamento del governo di Enrico Letta. Eppure pare che il primo a dimenticare quanto allora sostenuto sia proprio l’ex capogruppo alla Camera della Lega Nord, l’ex segretario della Lega Lombarda, l’ex giovane delfino di Umberto Bossi.Nulla di quanto sostenuto allora sulla base di un’analisi perspicace della realtà sembra, ad oggi, muovere l’azione politica dell’opposizione alla Camera e al Senato.

E’ pur vero che la strategia sulle riforme costituzionali è stata disarticolata per lungo tempo dalla scelta di Berlusconi di sancire in modo trasparente il Patto del Nazareno, tuttavia non sono mancati, nell’uno e nell’altro partito, solisti più o meno consapevoli, che hanno eseguito uno spartito stonato in più punti. Il risultato finale è che il Paese non sta discutendo della propria Costituzione e l’idea secondo cui questo debba avvenire a giochi fatti, è una resa incondizionata e una responsabilità politica da imputare all’opposizione, non certo al governo Renzi.Riprendiamo l’analisi di Giancarlo Giorgetti.

La bassa affluenza al voto segna ancora una volta una matura consapevolezza del popolo italiano: ci dice che le istituzioni locali e nazionali sono sempre meno percepite come sedi utili per risolvere i problemi, ci dice che indipendentemente dalla condizione sociale, economica e culturale, e' chiara a tutti la dimensione globale dei problemi e la scarsa efficacia della politica che agisce per compartimenti stagni. E' chiaro dunque che non e' mai stato tanto e solo un problema di costi della politica, come qualcuno si e' ostinato a credere tornando indietro nel tempo. Il lavoro di questi mesi, indipendentemente dal governo, non ha prodotto riforme vere ne' concrete e accompagnate dal consenso, perché prive di una visione unitaria capace di ricomporre sedi ed efficacia del potere politico di fronte a fenomeni che traguardano qualsiasi confine. A ciò aggiungiamo che tutto l'arco parlamentare e' più impegnato a scambiarsi elettori e simpatizzanti come fossero oggetto di trattative tra coalizioni, che a dotarsi di attrezzi di analisi, proposta e organizzazione adeguati al compito proprio, che pure risulta quanto mai fondamentale.

L’elezione del nostro Presidente della Repubblica, e le modalità che l’hanno caratterizzata, sono un fatto importantissimo per tutti, ma non sufficiente per ricomporre la coscienza inquieta degli italiani. La bassa affluenza al voto significa disincanto nella capacità della politica, di classi dirigenti intra generazionali, di visioni culturali supponenti. Il primo emendamento da proporre per una riforma costituzionale che intenda rafforzare la democrazia è quello di legare il numero degli eletti in modo proporzionale a quello degli effettivi votanti.

Perché il problema di fondo nel nostro Paese è che la politica adulta pensa che la fatica del consenso non la riguardi: si può stare nelle istituzioni, svolgere anche un lavoro egregio ma senza rapporto vero con gli italiani le riforme sono una finzione parlamentare. D’altro canto non è pensabile insultare l’intelligenza del popolo italiano chiamato ad esercitare voto di delega nelle elezioni, con preferenza o no, al quale si vorrebbe “regalare” l’ulteriore possibilità di dire la propria attraverso referendum sui trattati, sulle scelte politiche e abbassando la soglia delle firme per richiederne in maniera autonoma … il risultato di quello sulla Legge Fornero insegna agli italiani a non cascare nelle trappole.

Un conto è l’uso del referendum previsto dalla nostra Costituzione, in un equilibrio sapiente di pesi e contrappesi, altro è fingere di estendere partecipazione senza un percorso costituzionale europeo che va necessariamente riavviato. Questa volta con una vera e propria fase costituente europea. Nel semestre italiano, doveva essere questo il compito culturale di un Paese, l’Italia, che nonostante le apparenze, gioca un ruolo centrale. Da questo punto di vista il modello politico organizzativo proposto all’indomani del voto in Senato da Chiti, Corsini, Casini andrebbe ripreso, se davvero pensiamo che gli italiani non siano sciocchi.

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