La reazione di una parte della politica italiana agli insulti rivolti da Trump a Giorgia Meloni è stata, ancora una volta, sorprendente. Invece di limitarsi a una solidarietà istituzionale, semplice e doverosa, si è aperto immediatamente il processo alla vittima, cioè a Meloni. “Se l’è cercata”, “lo ha sostenuto”, “ha strizzato l’occhio ai Maga”, “ha coltivato un rapporto politico con lui”. Fino ad arrivare a chi sostiene addirittura che Meloni dovrebbe dimettersi. Un ragionamento che non sta in piedi. Quando il presidente degli Stati Uniti attacca pubblicamente il capo del governo italiano, il tema non è la simpatia che si prova per Giorgia Meloni. Il tema è il rispetto dovuto alle istituzioni di un Paese alleato. Si può essere contrari a Meloni su tutto. Si può contestarne ogni scelta politica. Si può criticarne il rapporto costruito negli anni con il mondo conservatore americano.
Ma c’è un momento in cui la polemica politica dovrebbe fermarsi. Quel momento è quando un leader straniero, per di più alla guida della principale potenza mondiale, decide di colpire gratuitamente il presidente del Consiglio italiano. La solidarietà dovrebbe essere automatica. Senza condizioni. Senza postille. Senza il bisogno di aggiungere “però”. Perché quel “però” sposta il problema dalla condotta di chi insulta a quella di chi viene insultato. Ed è qui che il dibattito diventa surreale. Trump ha litigato con mezzo pianeta (tranne pochi autocrati), ha attaccato leader europei, organizzazioni internazionali, magistrati, giornalisti, avversari politici, perfino figure religiose. Chiunque abbia seguito minimamente la sua parabola politica sa che l’aggressività verbale non è un incidente di percorso: è il suo marchio di fabbrica. Davvero qualcuno pensa che Giorgia Meloni sia stata presa di mira per qualche errore particolare? Davvero qualcuno crede che esista una formula magica che metta al riparo dagli attacchi di Trump? Meloni non è un caso speciale. È semplicemente uno dei tanti bersagli. Allora il punto non è se abbia sbagliato ad avvicinarsi a Trump.
Il punto è che nessun presidente del Consiglio italiano, di destra o di sinistra, dovrebbe essere umiliato pubblicamente da un alleato senza ricevere una solidarietà piena e immediata da tutto l’arco politico nazionale. Poi, il giorno dopo, si torna a discutere delle alleanze internazionali, dei rapporti con Washington, dei limiti del trumpismo e delle responsabilità della destra italiana. Ma il giorno stesso degli insulti il dibattito dovrebbe essere pari a zero. Perché se perfino di fronte a un attacco cosi sguaiato il primo istinto è cercare le colpe di chi lo subisce, allora il problema non è più Giorgia Meloni, ma la qualità del nostro dibattito pubblico.

