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Cosimo Argentina ricorda Gabo (di L. Pulpo)

di Lucia Pulpo

Dopo una lunga malattia è morto lo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez: un gigante, come lo ha definito il Presidente della Repubblica colombiana, annunciando il lutto nazionale. Siamo tutti colpiti da questa perdita, inevitabile il vuoto della morte: arginato e colmato dall'immortalità delle opere di “Gabo”. Affaritaliani.it Puglia ne parla con lo scrittore Cosimo Argentina:

Leggendo gli scritti di Argentina mi è sembrato trovare qualcosa di Gabriel Garcia Marquez... è così?
Gabo è uno degli autori che legge lei?

Gabriel Garcia Màrquez è stato uno dei più grandi. Morto lui restano le sue opere e quelle non moriranno mai. Sì, ho letto praticamente tutto di lui, sia opere di narrativa come Cent’anni di solitudine sia reportage come Le
avventure di Miguel Littin
sia gli articoli giornalistici. Io ho cercato di portare con me quella magia che nei Caraibi è potente come nel nostro Sud. 

Marquez è stato giornalista, scrittore, autore anche per il teatro e grande appassionato della vita. Qual è il suo 'Gabo' preferito e perché?

È il narratore quello che amo di più. La sua capacità di scrivere cose sempre diverse eppure così marqueziane è un valore aggiunto alla sua opera. I suoi aggettivi resteranno nella storia della letteratura mondiale. Le atmosfere che ho respirato leggendo La mala ora o Nessuno scrive al colonnello hanno qualcosa di epico.

Argentina Cosimo
 

Il colombiano si definiva “artigiano delle parole” e questo vi accomuna ma lui credeva anche nel potere della parola oggi le le parole e le lingue parlate sono troppe, la parola e i suoi artigiani non rischiano la svalutazione?

I dodici racconti raminghi li riscrisse centinaia di volte in anni diversi. Ecco cosa vuol dire essere artigiano: non fermarsi al talento e all’illuminazione ma lavorare di bulino e senza fretta. Quello che le giovani leve devono
apprendere.

Il linguaggio usato sulle pagine come deve aderire alla realtà, usando anche espressioni dialettali?

Alcuni termini caraibici li ha sdoganati per il mondo. Tradurre Màrquez non è mai stato semplice.

La letteratura di lingua spagnola spesso è caratterizzata dalla propensione alla vitalità in ogni contesto, una carica di emozioni che trascende il bene e il male ed ogni divisione “cartesiana” è razionalizzante. Lei è d'accordo e questo vale per l'uomo in questione?

Ha inventato il cosiddetto realismo magico. Ogni evento e circostanza trae la sua radice dal vissuto, ma poi in modo mirabolante attraversa una sensibilità superiore diventando altro. È come afferrare un girasole e poi guardarlo con gli occhi di Van Gogh.

Qual'è il titolo di Marquez a cui lei è maggiormente legato e perché?

L’autunno del patriarca è un romanzo universale e circolare. Ogni capitolo inizia dal principio della storia, ovvero da quando trovano il patriarca morto. Da lì si snodano pagine memorabili e tutte le varianti sono funzionali a far procedere la storia intorno a se stessa. Unico nel suo genere.

Ha avuto una vita piena anche di grandi amicizie. Cosa rimarrà di tutto questo mondo o cosa crede
dovremmo cercare d'imparare?

Di un autore rimangono gli scritti. Ognuno di noi muore e poi nell’arco di una massimo due generazioni nessuno ricorderà chi era e cosa faceva, ma per uno scrittore come Màrquez no. Così come noi oggi conosciamo Dante o Boccaccio. È come lasciare un’orma. E quell’orma rimane.

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