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Quirinale 1

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto al Quirinale una delegazione di Barletta, in occasione del 70° anniversario della ribellione all'occupazione nazista della città.

Ecco il testo inegrale del discorso di saluto del sindaco di Barletta, Pasquale Cascella, al Presidente Napolitano:

"Debbo innanzitutto esprimere gratitudine per questo incontro, qui dove ho potuto compiere una esperienza indimenticabile. Credo possiate comprendere l'emozione con cui prendo la parola stando da quest'altra parte, indossando la fascia tricolore che ha ai suoi lembi i simboli della Repubblica e del Comune di Barletta, come in una saldatura tra la vecchia e la nuova responsabilità. Non c'è soluzione di continuità nella rappresentanza democratica: dal Comune, l’istituzione più vicina ai cittadini, più immediatamente a contatto  con la complessa realtà quotidiana delle nostre comunità, fino a questa Presidenza della Repubblica che la Costituzione pone a garanzia dell'unità nazionale e della tenuta democratica dell'intera comunità.

Quirinale 2

Ecco perché il ritrovarci qui oggi serve non solo a ricordare quel che è costato riscattare la Patria dall'ignominia della dittatura fascista e dell'occupazione nazista, ma soprattutto a riflettere su come difendere – e sappiamo a quali e quanti rischi sia stato esposto e per tanti aspetti continua ad essere esposto – quel patrimonio di valori duramente conquistato 70 anni fa. Cosa accadde allora ce lo ha ricordato proprio il Presidente quando, 14 anni fa, venne a Barletta da ministro dell'Interno per conferire alla città la prima delle due medaglie d'oro, quella al merito civile: "Nella notte della Patria - ci disse - si cominciò a ritrovare la Patria".

A Barletta, come a Bari, a Spinazzola e tante altre città e paesi del nostro Mezzogiorno, diventato improvvisamente terra di frontiera di un paese allo sbando, mortificato dalla delegittimazione delle sue istituzioni, abbandonato all'oltraggio dello straniero. Eppure lì ci furono uomini e donne, civili e militari, che seppero naturalmente ritrovarsi come popolo, in un moto di dignità umana e di riscatto nazionale. Riconoscere quei primi spontanei episodi di resistenza è servito, richiamarli alla memoria deve ancora servire a riempire il futuro dei valori civili e democratici conquistati a così alto prezzo.

Ma se il tempo non è passato invano è anche vero che quarantacinque giorni dopo la caduta del fascismo un'altra notte lugubre ci fu. E quel tempo - come pure è stato detto – non sembra poi così lontano. Non si comprenderà a sufficienza il senso e la forza dei migliori esempi di ieri e di oggi se, per una malintesa ragione di opportunità, non si riconoscesse anche che fu comunque una costola del nostro corpo sociale ad assumersi la nefasta responsabilità di scelte, atti e comportamenti – la fuga, i proclami ambigui, l'indifferenza per la sorte di militari e civili – che portarono al collasso le istituzioni dello Stato nato con il Risorgimento.

Quirinale 3

C’è anche questa parte amara della verità in quell’eredità della storia, di cui essere sempre avvertiti per produrre gli anticorpi che servono a mantenere in equilibrio la nostra società.

Ne abbiamo bisogno, presidente. Abbiamo bisogno, come comunità, di recuperare il primato del bene pubblico. Abbiamo bisogno, come istituzioni, di essere credibili quando contrastiamo la sfiducia assumendoci persino la responsabilità di scelte impopolari. Abbiamo bisogno di uscire da una crisi che colpisce persino la speranza delle nuove generazioni.

Abbiamo bisogno di tornare ad essere tutti protagonisti, garantiti e non, della crescita dell'economia, della selezione di risorse tanto più preziose quanto sempre più limitate, della redistribuzione di quei sacrifici di cui la parte più matura del paese pure si sta facendo carico. Abbiamo bisogno di coesione e di giustizia sociale. E abbiamo bisogno di riforme vere: vere perché riconoscibili nel loro segno, nella loro efficacia sul territorio, nella loro equità sociale, nella loro capacità di guardare lontano.

Abbiamo bisogno, vorrei dire, di essere partecipi proprio di quello sforzo a cui fummo chiamati già quel giorno del 1998 in quel di Barletta, da lei, presidente.

Quirinale 4

"Perché – si chiese e ci chiese riflettendo su quei bagliori di luce nella notte del '43 – di fronte alle esigenze di revisione dell'ordinamento della Repubblica non può essere questa la base di un confronto politico nitido, libero, tra gli opposti schieramenti, che non faccia mai perdere di vista i vincoli comuni che come democratici abbiamo verso il paese?".

Quindici anni dopo siamo ancora nel mezzo di una transizione incompiuta. Eppure questo è un paese che ha saputo affrontare il travaglio delle coscienze, che tra scontri aspri, cruenti anche perché ideologici, ha portato a compimento una moderna democrazia con una Costituzione di tutti e per tutti. Non è immaginabile che un paese così accantoni la lotta politica solo perché deve far fronte alla contingente necessità – prodotta da una legge elettorale concepita come interessato surrogato della riforma del sistema politico – di garantire comunque un governo al paese.

Ma dopo 70 anni deve pur essere immaginabile da che parte sia lo Stato. Anzi, qual è lo Stato – democratico, di diritto – in cui tutti possono e debbono riconoscersi. Quel giorno a Barletta, lei presidente si chiedeva e ci chiedeva: "Abbiamo fatto tutto quello che potevamo e dovevamo? Abbiamo trovato le strade giuste? Non rispondiamo con presunzione e iattanza. Cerchiamole queste strade".

Ecco, presidente, noi siamo qui, oggi, con la nostra storia – tutta intera – a cercare quelle strade purtroppo smarrite, per arrivare finalmente al cambiamento che serve al paese. Ancora insieme".

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