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Giovanni Tamborrino

"Erodiade" di Giovanni Testori diventa un dramma musicale. Il lavoro, che fa il suo debutto assoluto domani, 17 agosto, nel Palazzo Marchesale di Laterza, in provincia di Taranto, nell’ambito della rassegna di ricerche espressive «Sipario a Corte», porta la firma di Giovanni Tamborrino, premio Abbiati della critica musicale per la migliore opera prima del 2012, il poema sinfonico «Mare metallico» dedicato alla tragedia ambientale e sociale di Taranto.

E tre le motivazioni per le quali il Comune di Laterza ha deciso di conferire la medaglia d’oro a Tamborrino, civica benemerenza che nella stessa Laterza verrà consegnata all’artista prima della rappresentazione di «Erodiade», c’è proprio l’«aver descritto, con inarrivabile profondità, il dramma ambientale e lavorativo della provincia di Taranto, asfissiata dai fumi insalubri dell’Ilva» e l’«aver gettato una luce intensa sulla nostra Terra e i suoi problemi storici scrivendo un’opera forte e appassionata che con la musica già cerca di tracciare un futuro migliore per Taranto e i suoi abitanti». Ma la medaglia d’oro è anche un riconoscimento alla carriera dell’artista e al «suo impegno mai domo al servizio della Cultura, al fine di promuovere la crescita intellettiva e formativa della comunità laertina e, più in generale, italiana». «Diamo lustro a un concittadino che da anni si spende per il nostro territorio a livello culturale e sociale», dichiara il sindaco di Laterza, Gianfranco Lopane, che ricorda anche il lavoro svolto in anni passati da Tamborrino come ideatore e direttore del Festival della Terra delle Gravine, manifestazione per la quale Lopane auspica «una ripresa attraverso l’impegno della Regione Puglia a riconoscerne l’eccellenza».

Sipario Laterza

Stavolta il compositore pugliese, che con «Erodiade» celebra Testori nel ventennale della scomparsa, tocca il tema della violenza sulle donne, sul quale nei giorni scorsi è intervenuto il Governo varando il cosiddetto Decreto legge sul femminicidio. «È un’emergenza sociale - dice l’artista - perché non c’è giorno in cui non sentiamo notizia di una donna uccisa, malmenata, stuprata. Siamo di fronte alla violenza dell’amore che vuole a tutti i costi, dell’amore possessivo, egoista, ormai responsabile di un genocidio che pare inarrestabile». Ed è con un paradosso che Tamborrino sceglie di affrontare l’argomento mettendo in musica la storia di Erodiade, non solo vittima, in quanto suicida nel monologo che Testori scrisse nel 1967 ispirandosi alla Salomé di Oscar Wilde, cui si era rifatto anche Richard Strauss per l’omonima opera lirica. Erodiade è, infatti, carnefice di Giovanni Battista, l’uomo dal quale è stata respinta e che, una volta rifiutata, ha fatto decapitare.

erodiade3

«Nella mia versione - racconta Tamborrino - in scena ci sono solo artiste in rappresentanza di tutto il genere femminile, che paga il conto di una società malata». Erodiade - La violenza dell’amore che vuole, questo il titolo completo dell’opera, con il disegno registico affidato a Francesco Tammacco, prevede la presenza dell’attrice Anna Carbotti, della danzatrice Chiara Perrone, di un coro di donne composto da Nicla Russo, Maria Tucci, Andrea Gongeanu e Miriana Moschetti e della musicista Elisabetta Fusillo, che suona contemporaneamente pianoforte e percussioni.

Per quarantacinque minuti la giovane performer, in passato già impegnata in altre opere di Tamborrino, fa interagire la tastiera con i pezzi di un’officina ritmica montata alle proprie spalle, che a volte percuote con le bacchette altre direttamente col dorso della mani, accuratamente incerottate per evitare pericolose contusioni. «Questa combinazione sonora - spiega Tamborrino - è un’ulteriore evoluzione della ricerca timbrica che conduco da anni e che nell’incontro con la poetica di Testori persegue possibilità espressive in linea con quell’urgenza e necessità comunicativa cui tutta l’arte deve aspirare: parlare alla gente di cose umane».

Tra le voci più originali della scena musicale contemporanea, Giovanni Tamborrino ha sempre avuto un rapporto «critico» con la tradizione melodrammatica, che ha superato con l’«opera senza canto», forma di teatro musicale che, rifacendosi all’antica tragedia greca e alla lezione di Carmelo Bene, recupera l’uso drammatico della voce naturale all’interno di un originale sistema timbrico. Le sue creazioni sono, infatti, il risultato di una fusione del teatro musicale con quello di prosa. Ma il prodotto non è né teatro di prosa con musica e nemmeno teatro musicale in prosa. È piuttosto un «terzo teatro» che indaga l’aspetto fonetico della parola e del testo con l’intento di sviluppare una materialità vocale archetipica derivante timbricamente da oggetti d’uso comune. Una ricerca che Tamborrino ha potuto condurre scegliendo di vivere la propria esistenza umana e artistica a Laterza, la città dov’è nato e vissuto, e in quel territorio delle Gravine, luogo dell’assenza, dove abita l’indifferenza di cui si nutrono le sperimentazioni e le riflessioni del compositore.

(gelormini@affaritaliani.it)

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