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lama dantico

L’affidamento in comodato gratuito alla Fondazione San Domenico (vincitrice di apposito bando del Comune di Fasano), per nove anni rinnovabili, del parco rupestre di Lama d’Antico, e delle chiese rupestri di San Lorenzo e San Giovanni, per il servizio di custodia e gestione, non è solo un’oculata soluzione d’emergenza nel percorso virtuosamente sinergico tra pubblico e privato.

E’ un modello che dal territorio di Fasano (Br), detentore di un patrimonio archeologico-monumentale tra i più ricchi della regione - dove un primario interesse lo rivestono gli insediamenti rupestri, con le loro cripte affrescate ed il loro habitat naturale - si propone all’intero ambito regionale.

Ma soprattutto è l’indicazione della possibile creazione di un polo archeologico-museale, capace di stimolare un processo coinvolgente, per le comunità locali, della responsabilità di essere custodi gelosi di tesori e valori, costituenti il proprio patrimonio di identità. La cui valorizzazione riunisce il valore della memoria con quello dell’Amor loci.

Bray Masimo3

Ad inaugurare il Parco Rupestre “Lama d’Antico” sarà il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Massimo Bray, a Savelletri di Fasano venerdì 2 agosto alle ore 19,00. Nel parco sarà allestita una mostra dell’artista tarantino Giovanni Carpignano.

Che l'attività della Fondazione San Domenico, costituita nel 2001 per volontà di Vita Marisa Lisi Melpignano, si concentri in particolare sulle case-grotta e sulle chiese-grotta con il loro contenuto (i preziosi cicli pittorici bizantini), sulla natura circostante e la salvaguardia della vegetazione autoctona, non fa che rinforzare le ragioni di una scelta dalle premesse decisamente lungimiranti.

Fonseca Melpignano

La Fondazione si avvale di un comitato scientifico presieduto da monsignor Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei già rettore dell’università della Basilicata. Essa collabora con Università, Sovrintendenze, Regione, Enti locali e conta sul supporto di esperti nazionali e internazionali in materia di antropologia, archeologia, geologia.

Essa ha sede nella Masseria San Domenico a Savelletri di Fasano, e si occupa di promuovere lo studio, il recupero degli insediamenti rupestri nei territori di Fasano e Monopoli, ed anche di tutelare l’ambiente ad esse circostante. Un capitolo mirabile e poco conosciuto della storia europea, che fonde essenzialità e raffinatezza, misticismo orientale e sobrietà pratica, nella sintesi materiale di un paesaggio segnato da: pietra, luce, colore.

Dove, però, resta forte la consapevolezza che la vera risorsa inespressa del nostro patrimonio resta ancora nelle “persone”. Convinti che il valore aggiunto, infatti, non risiede solo nelle pietre dei monumenti, nei tesori dei musei o nei colori del nostro paesaggio, ma esso è intimamente conservato nelle persone che lo abitano, ne custodiscono i tesori e ne valorizzano la storia.

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Per questo, sarà la risorsa umana locale ad essere protagonista nel modello che punta ad unire tradizione e modernità, qualità della vita e sviluppo economico, per fare della Fondazione San Domenico un tassello dell'odierno Rinascimento pugliese. Un considerevole impegno che vuol mettere a frutto i beni storico-ambientali con l'intento di non snaturarli, di non fare della regione un luna-park archeologico, tanto meno gastronomico o balneare. Ma anche un modello in cui la capacità di mettere in rete risorse pubbliche e private diventi la chiave del successo, che possa conseguentemente fare scuola.

Le analisi turistiche vedono in crescita le richieste di nicchia legate all’originalità di un’offerta a la carte, tagliata su misura e fuori dagli schemi tradizionali di cataloghi e guide di settore. Gli esempi degli incontri letterari nelle masserie di Puglia, dei soggiorni negli eremi Tibetani, dei laboratori d’arte nei siti rupestri e archeologici, ma anche delle notti bianche o delle cosiddette destinazioni estreme, sono la conferma tangibile di un’attenzione più insistente dei mercati verso la sfera dell’emozione e dell’incontro, oltre quella accertata del comfort e della qualità.

I cambiamenti intervenuti in questi anni, nei modelli di consumo turistico e culturale, fanno registrare una tendenza all’abbandono progressivo delle destinazioni tradizionali, delle offerte standardizzate, dei periodi di vacanza definiti e circoscritti. Essi testimoniano una scelta attenta non solo a nuove destinazioni, ma anche a prodotti più ricchi di significati e di contenuti, di autenticità e soprattutto di identità locali.

Melpignano Marisa

Puntare, per esempio, sulla creazione di un distretto culturale, destinato ad interagire con altri distretti simili, potrebbe favorire la nascita di piccoli sistemi di offerta territorialmente circoscritti, coincidenti con un’area ad alta densità di risorse culturali e ambientali di pregio, caratterizzati da un elevato livello di articolazione, qualità e integrazione dei servizi rivolti all’utenza, sia culturali che turistici, e da un marcato sviluppo delle filiere produttive collegate.

In pratica, il distretto culturale come area di comuni e di comunità. Quale nucleo aggregante di un sistema più articolato e non solo locale (Egnatia, i Villaggi Rupestri, la Murgia messapica), integrato e funzionale al più grande rilancio della destinazione Puglia. Capace, in definitiva, di creare una rete di attrattori turistico-culturali, per essere in grado di attrarre e trattenere domanda.

Nel tempo è rimasto immutato il fascino del viaggio come momento di crescita e di conoscenza, come occasione di sfida e di confronto, come attività di evasione per ritrovare comunione con natura, cultura e realtà territoriali. In una Puglia: “regione per gente dal palato fino” (P. Belli D’Elia). la Fondazione San Domenico vuole contribuire a stimolare istituzioni, imprenditori e operatori ad esserne più consapevoli. Bisogna crederci fino in fondo e fare in modo che un’azione programmatica definita, incisiva e coinvolgente accenda l’orgoglio di tutti e stimoli l’impegno di ognuno. 

(gelormini@affaritaliani.it)

 

CENNI STORICI


Si tratta di una delle lame più suggestive del territorio e di un villaggio rupestre fra i più vasti ed articolati della regione, al cui centro è scavata la chiesa, di grande interesse sia per il disegno ‘architettonico’ sia per le pitture conservate.

Si è calcolato che il villaggio potesse contenere circa settecento persone, un nucleo abitato formato forse dalla diaspora dell'antica città romana altomedievale di Egnazia, distrutta a partire dal VI-VII sec. e abbandonata del tutto fra X e XI secolo.

Il popolamento delle campagne nell'età della bizantinocrazia è dato dalla presenza dei trappeti o frantoi (produzione dell'olio) tuttora conservati; cantine (vino); mulini con macine (grano). Una zona cimiteriale è raccolta intorno alla chiesa e nelle cripte prospicienti sul lato opposto della lama. Le abitazioni, ampie o di dimensioni più modeste, sono costituite da due o più vani (uno dei quali adibito a stalla), con nicchie-rispostiglio scavate nelle pareti, maniglie reggi giaciglio e per sospensione nel soffitto, lucernai, focolare, panche, pozzi e piccole cisterne.

La chiesa è composta da una sola navata longitudinale voltata a botte, tagliata al centro da un quadrato a cielo aperto, ma chiuso in origine da una cupola-tholos impostata su muretti in funzione di tamburo e coperta da chiancarelle di pietra come nei trulli. Lungo il lato sinistro della navata, scandita da archeggiature su pilastri, corre un ambiente destinato al clero (parecclesíon) nel quale è scolpita a parete verso l'abside una cattedra (caso singolarissimo, analogo a quello della cripta di san Marco a Massafra), riservata al vescovo itinerante o "chorepiscopo", che periodicamente visitava la pieve e la chiesa rurale per l'amministrazione dei sacramenti o altre incombenze (la ‘dedicatio’ o la concessione della ‘charta libertatis’ necessaria per l'espletamento del culto).

L'ipotesi è confermata dalla ‘galleria’ dei vescovi dipinti entro le nicchiette scavate nella parete (precedente illustre nella cattedrale di santa Sofia ad Ochrida – Macedonia, XI sec. – decorata da una serie di ritratti di patriarchi e vescovi della chiesa locale). Figure di padri della chiesa erano invece affrescate sulle pareti dell'imbotte, fra cui riconoscibili probabilmente – fra gli altri - i santi Cirillo di Gerusalemme, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa.

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Il bema si trova in un'abside piuttosto contratta rispetto alle dimensioni della navata, affiancata a sinistra da un modesto vano ripostiglio in funzione di próthesis. L'iconostasi, oggi perduta, doveva essere di legno, di grandi dimensioni. L'ingresso alla chiesa, aperto sul lato lungo della parete meridionale, è sottolineato dal un grande portale a ghiera arcuata con cornici retrogradienti, stipiti e lunetta in origine dipinti (tracce di colore superstite).

Alla funzionalità liturgica si accompagnava un corredo di affreschi che, nonostante le gravi lacune, è di grande interesse per contenuto iconografico e stilistico: una scena di Deesis (supplica dell'Ultimo Giorno) fra Angeli (frammenti minuti) nell'abside centrale; una seconda Teofania di Cristo sul setto murario soprastante l'abside, che combina la scena dell'Ascensione al cielo entro una mandorla di luce fra i simboli dei quattro evangelisti (soggetto comune nella decorazione di una cupola) con quella di una Deesis fra la Vergine orante a destra e san Giovanni il precursore a sinistra; un trittico composto dalla Vergine Odegitria fra i santi Lorenzo e Teodoro Stratilate sull'imbotte del presbiterio a sinistra; i vescovi orientali e occidentali accennati, molti dei quali anonimi; una figuretta evanida a ridosso della próthesis, forse san Giovanni apostolo, con una contigua iscrizione greca di fondazione del tempio a lui dedicato, in gran parte incompleta (attestato nei documenti d'archivio il culto di San Giovanni nei casali rurali intorno a Fasano).

La scena di Teofania, di stile severo, richiama tratti della pittura dell'oriente cristiano (Cappadocia e Siria-Palestina) e insieme ai frammenti della Deesis può essere datata al X-XI secolo, mentre le figure dei santi vescovi, nel consueto panneggio e impianto monumentale, all'XI-XII secolo.

L'accurato scavo della chiesa, la sua monumentalità e il rilievo all'interno della lama e del territorio, il richiamo della decorazione parietale e della sua iconografia all'ambito bizantino, la suggestione della continuità del culto dalle basiliche paleocristiane di Egnazia all'antro medievale, la cattedra episcopale scolpita nel tufo, fanno di Lama d'Antico un ‘unicum’ fra gli insediamenti rupestri della Puglia, aperto al fascino di un Oriente assai prossimo, innervato e trasposto nell'impianto della chiesa e soprattutto nei colori e nelle immagini della sua fragile parata di santi.

 

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