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È stato un appuntamento sofferto, differito, pieno di incognite, ma alla fine estremamente appagante questo di Ecotium 2012, che nel quadro tematico dell'Amor loci ha chiuso il ciclo di incontri Ecotium - Ecomomia dell'Ozio con Elena Granata. Docente di "Analisi della città e del territorio" al Politecnico di Milano e coautrice, insieme a Paolo Pileri, di "Amor loci" Libreria Cortina Editore, 2012.

Prima di lei sullo stesso tema il Distretto Culturale Daunia Vetus aveva ospitato Franco Arminio, a Pietramontecorvino con "Esercizi di paesologia" -  Saverio Russo a Lucera con "Prima del deserto, il Subappennino tra '700 e '800" -  Mons. Giancarlo Santi (Presidente della MEI - Associazione Musei Ecclesiestici Italiani)  a Troia, con "I Musei Sacri e l'anima dei luoghi".

Questa volta la sfida di parlare di Amore dei luoghi nel lembo più estremo della Capitanata, a Celenza Valfortore (Fg), ai margini dell'invaso di Occhito sullo spartiacque tra Puglia e Molise, rasentava il miracolo. Una sfida vinta con soddisfazione, dato il riscontro di una partecipazione numerosa, rivelatrice di uno scorcio estremamente suggestivo dei Monti Dauni e non solo perché "amor loci" e "miracolo" sono fatti degli stessi ingredienti alfabetici.

Se a questo si aggiunge che a fare gli onori casa, dall'alto e all'ombra di un nome evocativo di omonimia e indole naturalistica, é stato il Vescovo della Diocesi di Lucera-Troia, Mons. Domenico Cornacchia, é evidente come salvaguardia del creato, difesa delle tradizioni e orgoglio identitario, da queste parti, siano quotidianamente attraversati dall'intera Rosa dei Venti e sistematicamente accesi dai raggi infuocati del sole meridiano.

Sulla qurestione paesaggio, difesa del territorio, consumo dei suoli, consapevolezza del patrimonio a cielo aperto che ci circonda, Affaritaliani.it ha dialogato con la professoressa Elena Granata, mentre una sequenza di quadri naturali della Puglia si succedevano lungo il percorso di ritorno dal cuore del Distretto Culturale Daunia Vetus all'aeroporto di Bari.

Granata

Prof. Granata, alle falde di un territorio che cerca in affanno un riscatto ad anni di lamenti accidiosi e di atavica rassegnazione alla provvidenziale e miracolosa svolta di corto respiro, lei viene a parlare di salvaguardia del territorio, di suolo, ambiente e cultura civile. Guardandosi attorno non le sembra di predicare in un deserto, sul cui orizzonte le pale eoliche hanno sostituito palme, datteri e cammelli e i tremuli riverberi dei miraggi sono quelli, ahimè fin troppo concreti, delle lastre solari dei campi fotovoltaici?

Come abbiamo provato a scrivere insieme al collega Paolo Pileri nel libro Amor loci. Suolo ambiente e cultura civile (Cortina, 2012), negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una progressiva distruzione del paesaggio italiano, distruzione che non ha avuto a che fare solo con un’intensa urbanizzazione, con il consumo di suolo, con l’abbandono dei suoli agricoli e la conseguente perdita di cibo, ma più in generale con l’annientamento dei valori culturali e umani che nel paesaggio sono stati, nel tempo, incorporati.

La distruzione del paesaggio è sempre una violenza inferta alla memoria e all’identità dell’intero Paese. Certo, è impressionante vedere oggi la metamorfosi del paesaggio pugliese, vedere le sue colline morbide ed eleganti, la sua campagna ricca di colori, punteggiata dalle pale eoliche in maniera sparsa e disordinata, senza alcun tentativo di armonizzare qualità del paesaggio ed esigenze energetiche.

L’erosione del paesaggio italiano è avvenuta nella disattenzione e nel silenzio, interrotta solo qua e là dalle parole di poche e inascoltate voci, scomposta in migliaia di azioni, politiche e strutture che feriscono irresponsabilmente la società e la natura.

Oggi è necessario recuperare e diffondere una cultura del paesaggio e del suolo come beni comuni, da difendere nella consapevolezza che sono beni che ci riguardano da vicino, sono lo specchio di noi stessi, e non hanno solo valenza estetica e contemplativa ma anche discorsiva ed etica: ci ricorda chi siamo e chi siamo stati, ci invita a riflettere su chi vogliamo essere.

Il paesaggio è una terra di mezzo tra la sfera dell’individuo e la sfera collettiva e dunque rappresenta un banco di prova per comprendere come il cittadino viva se stesso in relazione all’ambiente che lo circonda e alla comunità in cui vive.

paesaggio subappennino

Il prof. Salvatore Settis, anche lui ospite - nella precedente edizione - degli incontri di Ecotium nel Distretto Culturale Daunia Vetus, denuncia che la nostra legislazione divide l’Italia in quattro – suolo, ambiente, paesaggio, territorio – provocando un vortice normativo di tutela e salvaguardia, per ognuno di questi ambiti, che diventa groviglio legislativo dal bando sistematicamente introvabile. Possibile che il Bel Paese si sia ridotto a tanta insensibilità?

Esiste uno scarto profondo fra le parole e le cose, tra le asserzioni di principio e le prassi. A parole tutti difendono la terra, l’agricoltura; tutti apprezzano le bellezze del nostro paesaggio, la nostra cultura e il nostro cibo. E anche se stanno crescendo movimenti di difesa del paesaggio, che si adoperano in modo intelligente e consapevole, ancora grandi sono le resistenze da superare.

L’insensibilità dipende spesso anche dalla scarsa conoscenza da parte dei cittadini dei meccanismi reali che incidono sulle scelte delle amministrazioni per quanto riguarda l’uso del suolo.

Basti pensare che solo qualche giorno fa, il Senato e poi la Camera hanno approvato la proroga di due anni per l’utilizzo da parte dei Comuni, degli oneri derivanti dalle trasformazioni urbanistiche per la spesa corrente (dunque per servizi per i cittadini) invece che per opere pubbliche come strade, fogne e servizi pubblici. Un provvedimento votato senza fare rumore, all’interno del cosiddetto decreto sblocca debito, passato come un emendamento alla Finanziaria del 2008.

Come denunciamo nel nostro libro questa possibilità ha spinto molti comuni, soprattutto i più piccoli, a svendere il proprio territorio per fare fronte alle spese più urgenti.

Un regime fiscale che fa dipendere il ciclo della spesa pubblica dalle fluttuazioni del ciclo immobiliare e incoraggia a subordinare la difesa del territorio ad esigenze di cassa ha ancora senso?

Inoltre, la grande autonomia decisionale in materia di suolo di cui godono i comuni genera una pianificazione frammentata, che rispecchia la tipica segmentazione decisionale italiana di cui parla Salvatore Settis: molti centri decisionali investiti di responsabilità e funzioni importanti sul piano giuridico, ma virtualmente incapaci di esercitarle.

zullo farinetti

Dalle vostre ricerche emerge che proprio a livello locale sorgono le maggiori complicazioni ad un’efficace politica di tutela del caleidoscopico “bene comune” costituito dal paesaggio in senso lato.

Nella nostra indagine abbiamo cercato di fare emergere come sia delicata la relazione tra dimensione del comune e responsabilità delle politiche locali, quanto pesi la dimensione dei comuni e la prossimità tra interessi locali e decisori politici (che rischiamo di ridursi a notai delle decisioni dei gruppi locali), quanto vani siano i tentativi di cooperazione intercomunale e quanto si infrangano sulla limitazione all’uso dei suoli e quanto, infine sia forte il peso della frammentazione amministrativa.

I piccoli comuni sono abitati da pochi abitanti, spesso legati tra loro sotto un grappolo di cognomi ovvero di famiglie, anch’esse legate tra loro da vincoli di parentela e amicizie. In tante di queste realtà locali, anche per necessità, una o due famiglie a turno governano da sempre un certo comune. Oppure in quanti piccoli comuni la proprietà delle terre ha ancora i segni di alcune asimmetrie potenti e di lunga data: ex conti, ex marchesi, ex baroni, nuovi colonizzatori finanziari hanno mantenuto a sé grandi estensioni di terre e, di fatto, hanno deciso le politiche urbanistiche attraverso tattiche immobiliari fino ad arrivare a determinare l’esito elettorale del governo locale.

I piccoli comuni sono spesso più deboli quanto a risorse amministrative da mettere in campo. Le risorse economiche sono assegnate pro abitanti e l’incuria per il paesaggio diviene prassi inevitabile seppur non desiderabile in alcuni casi. I confini tra comuni si sono sempre più ispessiti e impermeabilizzati complice la sconvenienza a collaborare e l’incomprensione di come i temi ambientali sfuggano a ogni rigida delimitazione territoriale. Per contrastare la frammentazione politica sarà certo necessario in taluni casi anche immaginare la fusione dei comuni più piccoli tra di loro. Più in generale si dovranno sperimentare politiche di cooperazione e di integrazione sistematiche delle decisioni nell’uso dei suoli tra comuni contermini, gruppi di comuni che condividono le stesse unità di paesaggio, comuni che gestiscono porzioni diverse degli stessi beni naturali (valli, fiumi, coste, montagne).

Granata2

Un tema universale, questo dell’Amor loci, che in queste ore non può non rimandarci alla forza che anima le giovani generazioni turche, che strenuamente – attraverso la difesa degli alberi e di un pezzo storico della città di Istanbul (piazza Taksim) – cerca di riaffermare un’identità e un amore per  quello che è diventato una scrigno di ricordi per milioni di persone. Che forse, proprio per questo, la deriva autoritaria di un regime ha voglia di cancellare, radendolo al suolo.

Assistiamo dall’Italia con grande attenzione a quanto sta accadendo in Turchia. Le rivoluzioni hanno sempre bisogno di luoghi per esprimersi, di luoghi simbolici dove le persone ritrovano tracce del loro passato così come possibilità di futuro. Così le piazze storiche, i parchi, le sponde di un fiume ci ricordano da dove veniamo e ci consentono di esprimere le attese più profonde. Per questo le guerre, i regimi autoritari, le dittature agiscono nei luoghi violandoli, per cancellare con le forme e gli edifici l’identità delle persone.

Ma la perdita di identità può avvenire anche in forme più subdole e seduttive, spegnendo nelle persone la capacità di vedere le cose belle, di custodirle.

Rendendoci assuefatti ad un’ordinaria bruttezza!

celenza valfortore fg

In Italia, la coscienza del patrimonio, del paesaggio, delle ricchezze culturali è ancora ampiamente diffusa. Ma a questa consapevolezza non corrisponde un altrettanto spiccata cultura civile, capace di esprimere con gesti concreti accudimento, presa in carico, difesa. Quella stessa misurata e misteriosa bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi, se coltivata come qualcosa di inanimato e di eternamente uguale a se stesso, come il corredo della nonna o l’argenteria di famiglia, può trasformarsi in una cornice priva di senso, che non è più in grado di suscitare senso di appartenenza, né economie e lavoro. E anzi, si riduce a patrimonio di cui disfarsi alla prima occasione utile.

Per questo siamo convinti che la rinascita di una cultura civile dovrà necessariamente nascere da una rinnovata e responsabile simpatia con i luoghi e da una nuova responsabilità per le comunità che li abitano. Un’attitudine del pensiero e insieme una qualità della prassi che abbiamo chiamato amor loci. Sentimento che è insieme di comprensione, di prossimità e di cura. Come ricordava Carlo Levi, “se gli occhi guardano con amore (se amore guarda), essi vedono”.

Visione, comprensione e cura dei luoghi sono strettamente legati tra loro.

Amor loci

Con quale impressione riparte dopo la breve visita nei Monti Dauni, lungo i dorsali dolci delle colline di Capitanata e attraverso l’orizzonte largo e profondo del Tavoliere delle Puglie?

Porto in me due immagini. La prima è quella di un paesaggio mosso, dolce, di incantevole bellezza, racconto del lavoro di generazioni di uomini, dove coltura e cultura hanno dato vita e ad imprevedibili colori e suggestioni visive. Un paesaggio costellato da piccoli paesi e borghi rimasti nell’ombra di uno sviluppo economico e turistico che ha privilegiato altri luoghi e altri nomi. Un patrimonio artistico e ambientale che le persone sanno ancora riconoscere e raccontare. Di cui meravigliarsi e andare fieri. Oggi questo essere rimasti nella penombra può essere una ricchezza da valorizzare, come sta facendo con coraggio e sapienza il Distretto Culturale Daunia Vetus. Enormi risorse umane, relazionali, civili, artistiche e ambientali possono ancora e sempre meglio essere messe a sistema - in forme rispettose dell’ambiente - per facilitare la conoscenza di questi territori e impedirne nel medio periodo l’abbandono e lo spopolamento decisivo.

La seconda immagine è quella delle pale eoliche, infinita selva d’alberi senza fronde, che punteggiano il territorio del Tavoliere, che in molti abitanti non hanno esitato a definire una vera e propria via crucis. Questa seconda immagine non può che suscitare domande: in quale modo le istituzioni sovralocali hanno gestito tale scelta localizzativa sparsa e incontrollata? È ragionevole affidare alle scelte delle singole amministrazioni l’implementazione e la gestione di tali opere? Sono stati previsti e in quale modo gli impatti ambientali di tali scelte, le ricadute sulle economie locali e in particolare sull’abbandono delle attività agricole? E, infine, se anche dovessimo riconoscere la necessità e l’urgenza di questa scelta energetica, in quale modo è possibile verificare le ricadute pubbliche e collettive di tali scelte, e non solo quelle legate ad interessi oligopolistici?

Penso che la mirabile bellezza di questi territori richieda oggi di ripensare modelli “altri” di sviluppo, improntati ad un turismo responsabile, ad una produzione agricola di qualità, ad una mobilità intelligente, lontani da quella politica di “scorrerie” che sfruttano le ricchezze locali senza generare beni comuni, economie e possibilità concrete per i giovani di continuare ad abitare questa terra.

(gelormini@affaritaliani.it)

 

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