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“Un secondo primo disco”. Ecco come, in diverse interviste, i Ministri hanno definito l’ultimo “Per un passato migliore”. Presentato in occasione del concerto presso lo storico Demodè di Bari, l’album alza non di poco il tiro, spezzando la linea di continuità con i precedenti “Fuori” e “Tempi bui” ed accogliendo l’eredità del racconto de “I soldi sono finiti”.

Un album di fotografie melanconico, che potrebbe fare da colonna sonora all’Italia neorealista di Alberto Sordi, all’Italia delle manifestazioni e delle (re)azioni impersonata da Gian Maria Volontè, arrivando a quella di oggi, infine, di patina e filtrata dall’occhio della telecamera. Senza risultare anacronistica. A partire da quella “Mammut”, che tanto potrebbe ricordare il Moloch di Allen Ginsberg evocato in “Howl”.

“La pista anarchica” (probabilmente uno dei brani più belli) e molte altre le canzoni tratte dall’ultimo album riproposte dal vivo dalla band, senza dimenticare scariche di adrenalina del passato come “Tempi bui”, “Diritto al tetto”, “Il bel canto”, “Abituarsi alla fine” e non solo. Forza viscerale e d’impatto nella musica, parole che vivisezionano la realtà attraverso il titolo di giornale (etimologicamente) patetico, l’ansia da sondaggio che ha soggiogato l’intero Belpaese, la necessità di codifica della quotidianità per mezzo di logiche manicheiste. Il tutto con lo sfondo di una nazione, che si tratti di Milano, Roma o Bari poco importa, bloccata agonizzante tra le immagini di cantieri infiniti, scheletri di palazzi, ombre di gru e fumi industriali a farci da skyline da mirare, al posto delle stelle.

“Un infinito diviso in settimane”, costretto ai tempi del lavoro: ogni canzone dei Ministri lascia quasi sempre il retrogusto del pensiero della catena di montaggio fordista, anche quando la canzone sembrerebbe parlare di relazioni umane. Non solo lo spazio volutamente cittadino ed urbano ma anche il tempo. Ora, adesso, subito, allora, prima, dapprima, poi, dopo, oggi, ieri, domani, spesso, sempre, mai, presto, tardi, poi, già, ancora. Federico Dragogna, chitarrista ed autore di molti dei brani della band, sembra rifuggirli per poi sentirne sempre di più la necessità.

Da non nascondere poi, l’altra grande novità del disco. Dopo il contratto con la Universal, i Ministri sono tornati ad essere indipendenti (ma con distribuzione Warner). Una scelta che ha permesso alla band totale libertà, confermando ancora una volta la vena folle e coraggiosa del gruppo: “Ora che è la più stupida, ora che puoi inventartela, segui la pista anarchica”.

Piccola nota a margine. In molti non hanno potuto fare a meno di notare, tra la folla, un fan d’eccezione del gruppo: Caparezza. Divertito e appassionato, l’artista non ha smesso di ballare per tutto il concerto con indosso la maglia della band. Curiosità da poco, forse, ma che ci riporta alla mente una realtà non propriamente scontata: ogni musicista è prima di tutto un innamorato della musica. Non solo propria. Chapeau, Michele!

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