“Ogni qualvolta mi capita di ritornare in un bosco, o una maserria, trovo la situazione peggiorata …..il degrado avanza“.
Il mio interlocutore non è neppure arrabiato, è solo sconfortato e deluso, Eppure lui ci aveva creduto, ci avevava lavorato tanto e continua a lavorarci, sue sono numerose pubblicazioni sulle masserie e sulle emergenze culturali della provincia di Taranto, a suo carico l’organizzazione di escursioni ed eventi che da anni si realizzano nel territorio delle grotte e delle gravine, è stato uno dei promotori del variopinto movivento che, a suon di costanti iniziative popolari, di pizzica e di balli popolari, aveva non solo posto l’attenzione sulle bellezze del nostro terrritorio rurale, sulla sua storia, ma aveva saputo strappare una legge che nell’ormai lontano 2005 aveva creato il “Parco regionale delle Gravine”. Un gran successo, apparente a cui è seguito il buio.
Le gravine sono un vero miracolo naturale del territorio collinare, che da Matera degrada verso lo Jonio comprendendo tutto il lato occidentale della provincia di Taranto. Si tratta di antichi corsi d’acqua che hanno inciso profondamente il territorio, veri e propri canyon. Poi l’acqua si è ritirata, il terreno carsico l’assorbe e solo in poche occasione torna a scorrere negli antichi letti. Ma proprio questa particolarità le ha dato una condizione climatica fuori dal comune.
Qui sono cresciute una flora e fauna ricogliose, che la successiva antropizzazione non ha deltutto cancellato, l’asprezza del territorio nè è stata la principale salvaguardia. Ma in quelle gole calcaree, sono nati i primi villaggi, vi erano delle cavità naturali, ma il terreno tufaceo ben si prestava alla realizzazione di case scavate nellla roccia.
Matera ne è l’esempio più illustre ma tutto il territorio è costellato di questi insediamenti: da Ginosa a Laterza su fino a Grottaglie , ma anche nel centro storico della città di Taranto una antica via ha ancora oggi il nome di via Cava a ricordare che anche li le case più antiche sono tutte scavate nella roccia.
Potremmo parlare della fauna selvatica che ancora persiste in questi luoghi dal falco grillaio all’istrice, così come potremmo parlare delle tante umili orchidee del fondovalle. Che dire poi delle masserie, sedi del lavoro agricolo, ma anche splendide residenze di campagna di una ricca proprietà terriera, molte rese simili a castelli da una moda ottocentesca, quasi tutte fortificate perché questa è stata terra di briganti. Si appunto, i briganti che battevano gli antichi boschi e si nascondevano nelle spelonche naturali di questo strano mondo.
Un territorio ricco di tracce di epoche diverse, dolmen, acquedotti ipogei, antichi frantoi oggi quasi sconosciuti, affreschi di antichi monaci, deturpati dalla strana credenza che gli occhi di quei ritratti avessero un potere taumaturgico, o semplicemente degradati dall’abbandono.
Ma tutto va scomparendo. Il movimento che ha voluto il parco negli anni in gran parte si è dissolto. Il parco è stato istituito con molti contrasti da parte di chi vedeva in tutto ciò solo l’istituzione di nuovi vincoli che non consentivano di sfruttare i terreni a piacimento. Il parco è stato riperimetrato, riducendolo, i ripetuti incendi estivi, di dubbia origine, hanno trasformato in campi dì erbacce pezzi di bosco e di macchia mediterranea. Tracce del parco si possono trovare in qualche povero sito istituzionale, ma l’ente parco non è mai decollato.
Tutto questo mentre una delle due città poste ai confini del parco sarà tra breve capitale della cultura europea, e l’altra sofferente per la fine di una grande ma tragica esperienza industriale, ripete come una litania che occorre ripartire dalla valorizzazione della propria cultura, dalla bellezza del territorio e dalle tracce che l’uomo vi ha lasciato. Ma ben sappiamo che tra il dire ed il fare….