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PugliaItalia
Palmisano Leo

A Bari stiamo vivendo una insopportabile cacofonia elettorale. Più voci dissonanti, nessuna convergenza, nessun impatto positivo sulla vita dei baresi che stanno male, che non arrivano a fine mese, che non ce la fanno più a campare e che vogliono finalmente una città integrata e vivibile.

Già da tempo registriamo nella città un veloce impoverimento, uno scadimento del tasso di civiltà, un imbarbarimento della convivenza, a tutto vantaggio delle attività criminali (usura, prostituzione, traffico di droga, mafia locale ed internazionale, furti, rapine, violenza contro le donne, aggressioni fisiche e verbali, ecc.) e un allontanamento progressivo dell’economia finanziaria dal lavoro.

Questo nell’assenza di un ‘pensare lungo’ (per dirla con Franco Cassano) che deve includere gli aspetti dell’integrazione sociale e culturale in un processo di ridefinizione positiva della città e dell’area metropolitana. La città non è stata portata più ad investire sul bello e sulla convivenza, ma sull’egoismo e sull’indecenza.

Sono brutte le nuove costruzioni, è brutto vivere in quartieri rumorosi e decadenti, è terribile avere pochissimo verde pubblico fruibile per tutte le età e un rapporto cafone con il mare, con lo sport, con la salute pubblica e con le forze dell’ordine.

Mentre sarebbe bello poter dire di ogni investimento fatto, di ogni gesto pubblico, che esso si integra in una cornice di sistema efficace, che può produrre lavoro e cultura, densità e partecipazione, intensità di valori contro i valori vuoti dei ceti parassitari del capoluogo pugliese. In parole povere, si è concesso troppo all’avanzata dei rapporti informali negativi, alla commistione tra economia legale ed illegale, alla sottocultura del consumo, a danno di quelle larghe porzioni di baresi che sono già civili e che meritano una città diversa.

Per questo, adesso che si entra nel vivo della competizione elettorale, è necessario uscire dalla cacofonia politica ed entrare nella polifonia civile, nella ricerca di un’armonia programmatica diffusa, dove ogni pezzo più o meno organizzato della cittadinanza possa intervenire nel dibattito pubblico offrendo soluzioni su un tempo lungo. Bari si è appiattita come il resto del Paese sull’emergenza, nascondendo a se stessa progetti per l’avvenire. Va ripreso il rapporto con il tempo, solo dentro un’idea di sistema città metropolitana.

Ogni singolo intervento della futura amministrazione – di sinistra, di destra, si vedrà – dovrà essere un pezzo di un tutto organico, pensato da figure intelligenti e disinteressate, lontane da un’idea tutta egoistica dell’arricchimento personale o di casta.

Altrimenti la città morirà sotto i colpi del declino demografico, della sparizione dei bambini e dei giovani, dello scadimento culturale nel gossip e nella cattiva educazione. Per fare questo, chi è dentro un’idea di centro-sinistra dovrebbe impegnarsi ad elaborare un sogno partecipato di città contro l’incubo di una città soffocata dal vuoto asfittico di un’assenza di programma.

E dopo aver sognato e aver segnato i simboli di questo anelito alla libertà in un programma, solo allora si dovranno individuare quelle persone che possono garantire il rispetto della giusta interpretazione del sogno in una competizione aperta come le primarie.

Tutto il resto non è solo prematuro, ma lontano da una qualunque possibilità d’incontro tra città e cittadini. In definitiva, l’insistenza sui nomi e meno sulle idee stringe la città nel consueto e decadente provincialismo degli ultimi anni: un gioco perverso che ha arricchito pochi e bestialmente impoverito i più.

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