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‘La crisi morde, i mercati locali si restringono, la domanda interna crolla…’, queste alcune delle ovvietà che ci vengono raccontate dal sistema politico nazionale e da quello imprenditoriale.

Smentire affermazioni allarmistiche, quando l’Istat ci rassegna quotidianamente un bollettino di guerra, è difficile, ma conviene sempre prendere i dati con cautela e farli leggere a chi lo sa fare. Io allibisco quando ascolto nei talk show letture improponibili dei dati sull’occupazione e delle imprese: letture fatte da giornalisti e politici privi di competenza, ed evidentemente a corto di consulenti capaci.

Mentre in altri paesi il dato è certificato e non vittima dell’opinione o dell’umore elettorale del momento. Nello stesso tempo, cosa ancora più grave, altrove nel mondo – in Cina, in Germania, in Brasile e negli Usa – si procede a pianificazioni economiche di lungo respiro fondate sulla conoscenza dei mercati e dei flussi della domanda e dell’offerta di beni e servizi, su indagini vere e proprie promosse dal settore pubblico, sì, ma soprattutto dai privati.

Scendendo nel dettaglio pugliese, è evidente la penuria di indagini di questo tipo, di costruzione di processi di conoscenza e di sondaggio dei mercati da parte delle imprese. Il privato pugliese – eccezion fatta per il privato sociale che sui dati costruisce quasi sempre la propria mappatura di mercato – necessita di studi avanzati, di approfondimenti, di focus sui quali andare a rintracciare possibilità di sviluppo.

Per far questo non è necessario investire parecchio. Ci sono ricercatori, giovani e meno giovani, pronti a mettersi al servizio di un sistema imprenditoriale che deve uscire dal guscio della paura e riprendere ad aggredire i mercati.

Le cosiddette analisi di contesto – che descrivono ed analizzano pezzi di territorio pugliese – così care a chi si occupa di servizi devono essere sempre più legate alle analisi di scenario: le sole capaci di rintracciare una o più vie allo sviluppo dell’impresa in un quadro di sistema. Altrimenti il rischio è che qualcun altro lo faccia per la Puglia. Già troppo tempo si è perso nell’attesa che la crisi fosse risolta da una exit strategy governativa.

Capito che non può più essere la politica a risolvere i nostri problemi, non si commetta l’errore di abbandonare l’impresa prima ancora di averla cominciata. I nostri dipartimenti universitari sono all’altezza di favorire la conoscenza dei mercati mondiali. Così come singoli ricercatori e ricercatrici che, ciascuno nel suo, conoscono le potenzialità del globo.

Il mondo è un’opportunità, non soltanto una via di fuga. Allora, sarebbe bello vedere la mano tesa a trattenere i nostri ricercatori mettendoli al servizio dell’impresa: della crescita e dello sviluppo.

Sarebbe bello se i Distretti Produttivi, per esempio, si dotassero di un apparato snello di ricerca e sviluppo, cosa che consentirebbe di creare un clima innovativo e qualificanti opportunità di lavoro. E questo in tutti i settori, perché le fasi di crisi fanno emergere le debolezze presenti dappertutto, ma non sempre lasciano vivi sul terreno i forti.

I cervelli di Puglia sono robusti e preparati, soprattutto quando sono giovani sotto i quarant’anni, perché si sono formati con il confronto internazionale; e sono forti vieppiù perché hanno fame di lasciare traccia del loro passaggio.

Ecco: la canalizzazione di queste teste nella consulenza per la ricerca di mercati altri e di prodotti altri, per le aziende pugliesi, può essere il punto di ripartenza e uno degli argini più forti alla crisi in atto. Una canalizzazione che può essere guidata dalle associazioni datoriali, per creare non cabine di regia, ma articolati e snelli laboratori di ricerca low cost che seminino conoscenza per traguardare competenza, profitto e lavoro.

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