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PugliaItalia
L'industria in Puglia Metalmeccanica fanta-brand

di Vito Piepoli

In occasione della presentazione dell'indagine trimestrale di Federmeccanica, che ha coinvolto simultaneamente 60 sedi territoriali di Confindustria, il presidente degli industriali, Vincenzo Cesareo e il presidente della sezione Metalmeccanica, Pietro Lacaita, hanno fatto una serie di riflessioni sul comparto a Taranto e provincia, aderendo al “manifesto” di Federmeccanica.

A tal proposito, Cesareo ha riferito che bisogna mettere al centro dell’agenda di governo il comparto Metalmeccanico che, pur non essendo fra i brand del Made in Italy, da solo rappresenta più del 50% dell’export. “Considerate che il Made in Italy, l’Italian Style inteso come moda, prodotti alimentari e così via, tutto insieme rappresentano un quinto dell’export nazionale, la sola metalmeccanica ne rappresenta il 50%”.

Acciaio Ilva
 

“Uno scenario che è sempre più fosco con perdite di posti di lavoro continue - ha poi aggiunto - vede l’avvicinarsi della quarta rivoluzione industriale, a cui bisogna farsi trovare pronti, e richiede chiaramente supporti di investimenti e liberazione di risorse pubbliche e private che sostengano l’industria, la ricerca e l’innovazione”.

Sul caso Ilva, l’impiego del prestito ponte e il pagamento dei fornitori, sarebbe una boccata di ossigeno per Cesareo ma serve un’idea di futuro.

Sulle offerte di acquisto dello stabilimento siderurgico di Arcelor-Mittal e Arvedi, il presidente degli industriali tarantini, ha commentato: “Noi non facciamo il tifo per nessuno, crediamo che comunque avere lo Stato come garante non faccia male. Qui le ore di cassa integrazione continuano ad aumentare, tra l’altro, prevediamo uno scenario molto più cupo alla fine dell’anno, quando scadranno tutta una serie di ammortizzatori sociali. Per cui, se non riusciamo ad invertire questo trend, assisteremo ad un default di tantissime aziende”.

In più c’è il dato ancora più allarmante che riguarda tutto il Mezzogiorno e in particolare la provincia di Taranto, e cioè che il grosso della crisi del comparto metalmeccanico si concentra sostanzialmente nel Meridione.

Intanto anche sul fronte inquinamento niente di positivo.  

L’Arpa Puglia si è espressa sui dati del rapporto dell’agenzia europea per l’ambiente, mettendo in evidenza un peggioramento della situazione dell’Ilva.

Ilva taranto coldiretti
 

È intervenuta sull’aggiornamento del rapporto in relazione ai costi degli effetti sanitari associati alle emissioni industriali. In questo, si legge in una nota stampa, sono indicati i costi economici di 600 impianti industriali presenti in Europa.

Per la Puglia sono comprese le principali industrie inquinanti delle aree di Taranto e Brindisi (con in testa l’Ilva di Taranto e l’Enel di Cerano) e la Colacem di Galatina.

Mentre il primo rapporto si riferiva soltanto al 2009, l’aggiornamento abbraccia un arco temporale più ampio, dal 2008 al 2012.

Confrontando i due rapporti si vede un peggioramento della situazione dell’Ilva passata dal 52esimo al 29esimo posto della graduatoria europea ed un relativo arretramento per l’Enel di Cerano. L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale ha spiegato anche che il rapporto 2009 conteneva tutte le informazioni a partire dalle emissioni degli specifici inquinanti.

Sede Confindustria
 

In particolare era contenuta la stima dei costi prodotti dalle emissioni di CO2 mentre nel rapporto 2008-2012 non è possibile considerare nello specifico i costi economici degli impatti sanitari locali. Anche PeaceLink Taranto è intervenuta sui nuovi dati.

L’inquinamento industriale ha costi sociali molto elevati per la comunità europea e l’Italia è uno dei più importanti inquinatori. Alessandro Marescotti, Antonia Battaglia, Luciano Manna hanno parlato di costi sanitari impressionanti.

Per garantire la produzione dell’Ilva, dicono, la comunità ha dovuto sopportare costi per il danno alla salute che secondo gli esperti oscillano tra i ventimila e i cinquantamila euro all’anno per ogni posto di lavoro nello stabilimento.

Secondo lo studio, l’Ilva è risultata nella top trenta degli impianti più inquinanti dell’Unione Europea, con un danno medio di 2,5 miliardi di euro provocato per le emissioni nel periodo che va dal 2008 al 2012.

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