di Gilda Binetti
Donna, giovane, bella. Sembra diventata la formula vincente per l’attrattivitá politica. Basta? È condizione sufficiente al miglioramento della qualità della classe politica? Certo che no. È condizione necessaria? Donna si. Giovane forse. Bella proprio no.
Non perché debba esserci un pregiudizio contrario, come certo c’è stato anni addietro. Ma inserire la gradevolezza dell’aspetto fisico come elemento premiante nella selezione della classe dirigente e farne cosi uno dei suoi elementi simbolici rischia di essere un fattore di regressione culturale, sia per la sacrosanta battaglia delle donne verso il riconoscimento di ruoli attivi nella vita amministrativa e politica, sia per il complessivo cammino verso una società di liberi ed eguali.
Non credo che verrà mai consapevolmente dichiarato, soprattutto a sinistra, eppure la bellezza nella concretezza delle scelte e nell’asperità delle esclusioni è diventata fattore di selezione politica. Non accessorio, non casuale. Ma proprio come criterio discretivo: tu si, tu no.

Iniziò Craxi, in quei congressi con parterre infarciti di Sandre Milo e Anje Pieroni che Formìca bollò :”nani e ballerine” . Ma era solo contorno, la sostanza era altrove. Senza lo strapotere televisivo il voto era da conquistarsi porta a porta, casa per casa, come diceva nell’ormai lontano 1984 l’ultimo Berlinguer. Ma già erano gli anni del riflusso, si abbandonavano le piazze, e chiusi in casa davanti alla tivù iniziammo tutti, più o meno consapevolmente, a inverare la società dello spettacolo.
Berlusconi lo capì subito che con la sua forza mediatica non serviva una classe politica troppo radicata e di forza autonoma. Non serviva un potere diffuso. Anzi, andavano create le condizioni per una ri-concentrazione del potere, nella scia e nella coerenza del disegno neoconservatore già da tempo avviato. (D’Alema e i suoi non lo capirono o si acconciarono a non capirlo).
Da alloraila politica é sempre più caratterizzata da una leggerezza che con buona pace di Kundera mi pare ormai insostenibile. Volti sempre più levigati, look sempre più conformi ai canoni del gusto veicolati dalle riviste patinate. Niente rughe, niente capelli bianchi, niente obesità.
Un tentativo di ribellione con “Se non ora quando” dopo la denuncia di Veronica e l’affaire Minetti: il troppo è troppo. Ma progressivamente, inesorabilmente, é passato un concetto: per riuscire a catturare voti si deve essere belli. Meglio belle, e giovani. Prima la destra, rivendicando la legittimità dell’ostentazione, del consumo vistoso alla Santanchè. Poi il concetto é scivolato anche a sinistra.
Rivendico il diritto a bellezze diverse. Bellezze della mente, purezze di intenti, anche in corpi sfatti e volti induriti dalla fatica. Anche in teste canute e con difficoltà di memoria.
Mi spaventa che con una buona dose di cinismo si rivendichi che la bellezza è un potere.
Mi insospettisce la sistematicità delle scelte.

Mi allarma un sospetto: che si tratti di una ennesima azione di distrazione di massa.
Diceva la Thatcher, capitana della restaurazione neocon: “Il mezzo è la redistribuzione del reddito, ma il fine è cambiare l’anima”.
Non voglio che al declino inesorabile del Berlusconi politico faccia da contrappeso la sua capacità di colonizzarci l’immaginario. Io in politica voglio donne e uomini, giovani e vecchi. E la bellezza la voglio giudicare dalla spontaneità del sorriso e la luce negli occhi.
Meno manifesti e più programmi. Meno immagine, per favore. Più sostanza. Più donne, certo. Vecchie e brutte? Anche, basta che siano persone oneste e capaci.
