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La bellezza naufraga

Paolo Sorrentino conquista l’Oscar e, nel  suo inglese-napoletano, ringrazia tutti: cast, collaboratori, famiglia, Fellini, Roma, Napoli e l’Italia “pazza, ma bellissima”, fotografandola nella citazione a Diego Armando Maradona. Un riferimento che svela un tratto d’ispirazione, non secondario, nell’amarezza del talento deludente del grande e osannato campione del calcio. E di quanto, a volte, può rivelarsi triste la bellezza.

"La grande bellezza di Sorrentino, con Toni Servillo protagonista, è un film popolato di parvenu, politici, malavitosi, attori, prelati, intellettuali, turisti giapponesi e belle signore nel labirinto della Roma matrigna e mignotta (Fellini)”, commenta Oscar Iarussi.  “Servillo è Jep Gambardella, scrittore sulla soglia dei 65 anni, esodato dalla vita, flâneur in giacca rossa nei salotti capitolini o fra i resti dell’Acquedotto Claudio sull’Appia antica cara ai primi atti del dopo-storia pasoliniano”.

Una vittoria annunciata dal Golden Globe precedente e dagli altri numerosi riconoscimenti ricevuti finora. Certo, Sorrentino negli USA era già conosciuto per aver  girato “This Must Be the Place” con Sean Penn (2011), ma a spingere senza dubbio al successo internazionale “La grande bellezza” - definito dal New York Times “una metafora del declino italiano” - è  stato anche il sostrato felliniano del film. Non a caso a Federico Fellini è andato il suo primo “grazie” nel ricevere la statuetta.

Non ho nulla da dire, ma voglio dirlo lo stesso, era il mantra del regista in crisi Guido Anselmi (Mastroianni) nel capolavoro felliniano del 1963. Mezzo secolo dopo e a vent’anni dalla morte di Fellini, l’Italia si specchia ancora in quella frase”, ricorda il critico cinematografico pugliese. (ag)

Sorrentino Oscar
 

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Riproponiamo di seguito la recensione di Oscar Iarussi, apparsa all’indomani della presentazione del film in anteprima al Festival di Cannes, con il titolo:

“Nel naufragio italiano, l’unica ‘salvezza’ sull’isola dell’infanzia. Il nuovo film di Sorrentino”

“Sa perché mangio solo radici?”. “No, perché?”. “Perché le radici sono importanti”. Lo rivela una suora missionaria e ascetica – chiamata “la santa” e prossima ai 104 anni – a Jep Gambardella (Toni Servillo), il protagonista del film di Paolo Sorrentino,  in concorso al Festival di Cannes. Jep ha appena compiuto 65 anni ed è uno scrittore rinunciatario, un giornalista benestante e pigro, un viveur insonne e disincantato, disilluso, disamorato di tutto. I due sono sulla terrazza della casa di Jep prospiciente il Colosseo, dove all’alba fa sosta uno stormo di fenicotteri durante la migrazione verso Sud. E in favore di un ritorno al Sud si determina anche Jep/Servillo.

Sorrentino cast2
 

Per sfuggire al naufragio annunciato, e, anzi, in corso, ovvero a un semi-galleggiamento cadaverico come quello della nave Concordia all’Isola del Giglio appena visitata (aggiornamento del “mostro marino” nel finale di La dolce vita), il Nostro si sottrae all’ammaliante e ipnotica “grande bellezza” di Roma. S’imbarca verso l’isola dell’infanzia dominata da un faro sugli scogli. Là è custodito il copione segreto e rimosso dello stupore al momento del primo contatto concesso e subito negato da una ragazzina, un istante chiaroscurale che la vita ha poi messo del tutto in ombra. Là è vivida un’altra e più radicale «grande bellezza»: l’archetipo contemplativo che ha impedito a Jep di riuscire ad andare oltre il giovanile romanzo d’esordio, seppur fortunato. Là la malia di guardare il mondo senza agire può finalmente essere sfatata, forse.

Infanzia e sogno (spesso ad occhi aperti) costituiscono la materia prima, propriamente felliniana, di quest’opera del regista napoletano, classe 1970, che giusto Cannes consacrò nel 2008 grazie a Il divo, in cui è trasfigurata la storia italiana nella parodia feroce e umanissima di Andreotti. Sorrentino ha stile, cioè ha occhio: uno sguardo acuminato sia per il dettaglio sia per l’affresco. E sa cogliere il grottesco che da almeno mezzo secolo in qua è il carattere italiano per eccellenza. In La grande bellezza ripercorre i passi dello svogliato giornalista provinciale Marcello Mastroianni (La dolce vita di Federico Fellini, 1960), mostrando quanto sia peggiorato il “diabete” di un Paese che da troppo tempo assume il dolce per nascondere l’amaro. È questa l’autentica “ideologia italiana” di rado diagnosticata, ovvero un aggravamento del “virus dannunziano” – tra esibizionismo, narcisismo e onanismo – che il fascismo rese evidente (come Fellini annotò in Amarcord alla faccia di chi lo considera un film nostalgico).

Sorrentino Oscar3
 

Sorrentino è un rabdomante dell’agonia tricolore che si estenua tra feste freneticamente disperate con «trenini che non vanno da nessuna parte», nobili decaduti, turisti giapponesi, belle ragazze che invecchiano, prelati più interessati a Masterchef che al Paradiso, cascami di stagioni “impegnate”. Nella Roma dove tutto muore eppure non muore, come i resti dell’Acquedotto Claudio o le magnifiche statue nascoste nei palazzi principeschi, c’è chi coltiva l’arte di battere la testa contro i muri per dare spettacolo. Roma degli zombie e delle rovine – intuì Fellini – è stigma e metafora della modernità.

Visionario quanto basta, lo struggente viaggio di Sorrentino nell’euforica decomposizione nazionale è assecondato da uno straordinario Servillo, cui fanno “da spalla” di volta in volta eccellenti interpreti (Verdone, Ferilli, Ranzi, Ferrari, Forte, Herlitzka). Ma in vista del finale, diciamo l’ultima mezz’ora, i simboli si accumulano e si affastellano, la necessità di chiudere tutti i conti appesantisce un po’ il racconto e La grande bellezza rischia di mandare a casa lo spettatore col sospetto che sia un film per certi versi “programmatico”. Laddove la grazia e il genio di Fellini stavano invece nella pura anarchia narrativa, nelle domande senza risposta, nel sensuale candore delle parole di Paolina sulla spiaggia mai colte da Marcello, perse per sempre tra il vento e il nulla.

di Oscar Iarussi

(dalla “GdM” - 22 maggio 2013)

 

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