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La New Vivacity barese

Il dibattito che si sta sviluppando con vigore sul futuro prossimo e remoto di questa città si può allargare ad un’analisi fotografica sullo stato della città post moderna, post industriale e, forse, post terziaria.

Da anni sostengo la proposta di un’analisi seria e scevra di polemica di parte sull’indirizzo assunto nel tempo  dallo sviluppo della città di Bari.

Per cui, tema di questa riflessione è la Cultura. In senso lato, e non di porzioni di essa. E’ noto alla pelle di molti creativi e “militanti intellettuali” non schierati e di parte, che in questa città alle cose giuste e alle idee e proposte espresse dai non-evangelisti viene notoriamente applicata la congiura del silenzio, per poter riaffermare le stesse cose più tardi, con altra o propria paternità. Pertanto, l’esercizio legittimo del diritto di Critica è subito etichettato come “rottura di scatole”. Rischiamo, quindi, l’etichettatura “istituzionale”.

La Cultura declinata in mille proclami è prassi quotidiana, la sintesi operativa conseguente, invece, non lo è affatto. Nel frattempo si assiste nel tessuto cittadino a vagiti di iniziative: alcune, come sempre, importate ma spacciate per esclusive, altre meritoriamente progettate e nate nella città. Segni, queste ultime, di una “new vivacity” barese che va stimolata e sostenuta.

Al tempo stesso, però, si assiste inermi alla sciagurata decimazione dei piccoli teatri privati. Tempi della crisi? Sussidi che non arrivano? Ministero latitante? Non so. Qui però si commette il solito errore tutto barese, ovvero quello di voler sostenere, per semplicità di ragionamento, che la Cultura sia affare esclusivo dei teatri e delle compagnie che li gestiscono. Ma sappiamo tutti che la Cultura è un concetto non così banale, che coinvolge l’essenza stessa dell’Uomo, il suo sapere e il suo conoscere. Essa attraversa tanti aspetti della creatività: arti visive, arti letterarie, arti teatrali e via discorrendo.

bari margherita
 

Ormai etichettato, provo a sviluppare altri due elementi di riflessione. Il primo: con questa prassi molto “onesta” - intellettualmente parlando – si è già distrutta nel passato la Memoria culturale ed intellettuale della città e cancellato quella architettonica, che è parte fondamentale dell’Uomo e della sua evoluzione. Non ne elenco gli scempi.

La Cultura della Memoria però serve a progettare il futuro e, se ben coltivata, a formare una società avanzata e moderna. Ricordo sempre una massima dei Navaho, che gli anziani raccontano: “Una cosa vive finché vive l’ultima persona che la ricorda” … Non credo che sull’argomento ci sia bisogno di aggiungere altro, per lasciare a terzi l’eventuale riflessione sul tema, se non un’esortazione alle nuove generazioni di operatori dell’ingegno – specialmente ai non omologati – a discutere. A non appiattirsi. A ricercare l’isola che non c’è. Perché da qualche parte invece esiste. E a trovare su di essa spunti di dovere civico. Di impegno sociale nelle professioni che esercitano, esprimendosi senza scimmiottare personaggi più famosi.

Il secondo elemento in questa stagione di new vivacity, è che essa è figlia naturale e legittima di una strategia di Riqualificazione urbana, il cui concetto finalmente trova la sua esaltazione in quello che sta succedendo. Discutendo con Gianfranco Dioguardi, sulle pagine del Roma nel 1997, cercavo di far comprendere ai lettori il più completo concetto della Riqualificazione. Si diceva allora che “un territorio oggetto di riqualificazione deve essere capace di restituire ai quartieri la dignità di ‘contrada’, per essere restituito a dimensione umana”.

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E ancora, sostenendo che Bari dopo la città dei ruderi, dei sogni traditi, dei contenitori vuoti - retaggio di errori strategici del passato - possa finalmente diventare “Città dei Luoghi”, si pensava a “Luoghi di studio, di incontro, di commercio, di industria, di cultura e piacere, che devono connotare una mappa di una città di situazioni multiformi…”.

C’è una “fase della rigenerazione della città”, a mio modestissimo avviso, ancora poco avvertita, che deve necessariamente coinvolgere le relazioni cittadine per migliorare la qualità della città contemporanea.

Le relazioni tra commercio e spazio urbano sono tutte da ridisegnare, così come le relazioni tra tempo libero e utilizzo dei luoghi e della loro qualità. Le relazioni tra qualità della vita e servizi pubblici migliori, moderni ed efficienti sono iscritti all’ordine del giorno del dibattito.

Però questa fase della città contemporanea deve incominciare, aiutare e stimolare i fermenti della ritrovata new vivacity e il non riconoscerne la necessità significa aver paura di affrontare il futuro, che deve consegnare alle nuove generazioni una città più sana e più completa, perché esse traggano la linfa per ulteriori trasformazioni, conservando la memoria e l’orgoglio di ciò che gli consegneremo senza distorcerne le qualità.

Bisognerà evitare, quando diventeranno classi dirigente, che S. Nicola -  osservandoli dall’alto - tiri in testa le sue tre sfere, come avrebbe fatto volentieri  verso chi li ha preceduti.

Gianvito Spizzico - Architetto

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