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PugliaItalia

Sicurezza, Giustizia e Antimafia Sociale nella Città di Bari

Premessa

Negli ultimi 30 anni la nostra società come quelle degli altri Paesi Occidentali è cambiata. Contestualmente è cambiato anche il livello di consapevolezza e l’approccio dei cittadini nei confronti delle domande che vengono rivolte alla classe politica ed ai relativi livelli istituzionali.

Tra queste domande, quella che attiene alla sicurezza riveste una importanza fondamentale e poiché questa richiesta è naturalmente tarata sull’alto grado di complessità della realtà attuale, anche la risposta che lo Stato deve fornire ha l’obbligo di essere allineata a tale grado di complessità.

Emiliano preoccupato

La domanda di sicurezza da parte della cittadinanza, come ampiamente dimostrato a livello mondiale, è strettamente correlata alla percezione di insicurezza provocata tanto dalla recrudescenza dei reati predatori così come da altri fattori normalmente estranei alla reale commissione di attività delittive ma che, tuttavia, provocano tensione tra la popolazione. Storicamente le organizzazioni criminali di stampo mafioso, perseguendo un maggiore consenso sociale, hanno evitato scientificamente tutti i reati che potessero far incrementare la preoccupazione delle comunità, in alcuni casi addirittura punendo i colpevoli di reati “minori”, così sostituendosi di fatto allo Stato nel controllo del territorio. Uno scippo provoca maggiore allarme, anche mediatico, rispetto ad una più redditizia e sistematica attività estorsiva ai danni di commercianti o imprenditori edili.

La Puglia e Bari, seppur in ritardo rispetto ad altre zone del meridione d’Italia, registrano da circa trent’anni una presenza costante nel panorama criminale di gruppi mafiosi. Le capacità degli organi investigativi, della Magistratura, delle Istituzioni tutte pur rappresentando un ostacolo oggettivo al tentativo mafioso di infiltrazione del tessuto sociale hanno creato, specie nel barese, un effetto paradosso che si è tradotto nella necessità per le organizzazioni criminali di reperire le risorse umane necessarie alle condotte illecite all’interno delle stesse famiglie o di una cerchia ristretta di persone vicine ai sodalizi familiari mafiosi. In tal senso è sufficiente leggere gli allarmi che, dal 1991 in poi, i Procuratori della Repubblica ed i Presidenti del Tribunale per i Minorenni hanno lanciato sull’utilizzo sistematico di minori di età da parte della criminalità organizzata barese. È proprio la giovane età degli affiliati, sovente gli unici “in campo” a causa delle numerosissime sentenze di condanne a danno delle vecchie leve, una delle cause per le quali la mafia a Bari si è caratterizzata per l’utilizzo di modalità a volte poco professionali e che hanno portato la cittadinanza a piangere giovani vittime innocenti la cui vita è stata spezzata per un utilizzo improprio di armi da fuoco. Giovani, spesso e come dimostrano gli ultimi omicidi di mafia, sono anche le vittime dei clan.

Alla luce di carenze normative che impediscono agli Enti Locali di poter disporre di strumenti concreti per rispondere alla domanda di sicurezza che i cittadini rivolgono principalmente ai Sindaci, ed allo scopo di porre un freno culturale all’espansione della subcultura mafiosa, l’Amministrazione Comunale di Bari dal 2007 si è dotata di un ufficio, l’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata, che da un lato coordina le politiche di antimafia sociale sul territorio e dall’altro si rapporta con le Istituzioni territoriali per individuare meccanismi di supporto alla elaborazione di strategie congiunte in materia di sicurezza. Uno dei frutti di questo lavoro è la proposta di sperimentare un sistema di crime mapping interistituzionale che, così come testato in altri Paesi, permetterebbe alle Istituzioni del comparto sicurezza ed all’Amministrazione locale di dare risposte più efficienti in termini di efficacia e di capacità di analisi congiunta. Ad oggi questa richiesta, più volta inoltrata al Ministero dell’Interno, non ha avuto, inspiegabilmente, alcuna risposta. Come di fatto, lo si vedrà più approfonditamente nel prosieguo della presente relazione, non hanno avuto alcuna risposta le numerose sollecitazioni finalizzate ad evitare il depotenziamento delle strutture deputate a presidiare le funzioni di sicurezza e giustizia in Terra di Bari, sottoposte a continui tagli nei finanziamenti e negli organici. La mancanza di risposte potrebbe dipendere da una erronea lettura di quanto accaduto negli ultimi dieci anni a Bari ed in Provincia: le indubbie capacità della Magistratura barese e delle Forze dell’Ordine da un lato e dall’altro l’oggettiva diminuzione dei fatti di sangue di natura mafiosa, specie se paragonati ai dati relativi alla decade precedente, ha probabilmente indotto i più ottimisti a credere di aver vinto la sfida contro le organizzazioni criminali.

Un ottimismo controproducente al punto che oggi, mentre registriamo una ripresa delle attività violente dei gruppi criminali organizzati autori di eclatanti fatti di sangue che sembravano oramai scomparsi, anche per le modalità utilizzate, dalle cronache locali, contestualmente prendiamo atto che i presidi che lo Stato pone a difesa della sicurezza dei suoi cittadini, le Forze di Polizia e la Magistratura, si ritrovino davanti a questa nuova sfida sprovvisti delle necessarie risorse ed energie.

Gli elementi che determinano il successo, o l’insuccesso, delle politiche di sicurezza e giustizia possono racchiudersi in 4 grandi macro-aree:

  1. Organici dei magistrati, del personale amministrativo a supporto della funzione giudiziaria e delle Forze di Polizia
  2. Edilizia giudiziaria
  3. Politiche ed edilizia detentiva
  4. Politiche di antimafia sociale

 

Organici dei magistrati e del personale amministrativo a supporto

della funzione giudiziaria e delle Forze di Polizia

 

Tribunale di Bari 

L’attuale pianta organica dei magistrati in servizio presso il Tribunale di Bari è composta da 88 giudici. Il progetto di modifica delle piante organiche, in  attuazione dell'art. 5, comma 4, del decreto legislativo n. 155 del 7 settembre 2012, prevede di passare a 92 giudici con un aumento formale di 4 giudici. Si tratta, in realtà, di un dato formale, in quanto due giudici già erano previsti in aumento della pianta organica per l’istituzione del Tribunale delle Imprese.

In pratica, a fronte delle innumerevoli e ripetute richieste di consistenti aumenti dell’organico sollecitate in passato, si è ottenuto un aumento di sole due unità. Il dato è in stridente contrasto con il numero delle pendenze del Tribunale di Bari come riportate nella stessa proposta.

Il Tribunale di Bari presentava una pendenza di 158.025 procedimenti al 31 dicembre 2010: si tratta della quarta realtà nazionale (Napoli 275.454, Roma 261.000, Foggia 183.420). Il dato è completamente trascurato, quasi a non volersi confrontare con la realtà che non piace. Non è possibile prevedere il numero dei Giudici senza tenere conto anche delle pendenze con cui questi Giudici si devono confrontare sempre con un maggior carico di responsabilità (civile, contabile e disciplinare). Al riguardo non è priva di rilevanza la circostanza che negli ultimi anni i posti vacanti presso il Tribunale di Bari sono rimasti in parte tali per mancanza di domande, sebbene in passato il Tribunale di Bari costituisse sede ambita e raggiungibile solo dai Magistrati con una consistente anzianità di servizio.

L’analisi dei dati lascia emergere vistose disparità nell’ambito dei Tribunali della stessa fascia e geograficamente omogenei a quello di Bari.

 

Nuovo circondario

Popolazione residente

Totale procedimenti sopravvenuti

Pianta organica proposta

BOLOGNA

974.903

64.909

78

BRESCIA

1.240.194

60.461

66

CATANIA

934.737

62.062

107

FOGGIA

667.497

98.594

65

GENOVA

865.616

58.166

85

LECCE

803.554

56.105

63

PALERMO

879.513

59.911

112

SALERNO

486.135

58.582

70

S. MARIA CAPUA V.

622.237

64.669

88

BARI

1.086.707

100.307

92

 

Ad esempio, per il Tribunale di Catania sono previsti 107 Giudici (il bacino di abitanti è di 934.737 e il numero dei procedimenti sopravvenuti in un anno è di 62.062); per il Tribunale di Palermo sono previsti 112 Giudici (il bacino di abitanti è di 879.513 e il numero dei procedimenti sopravvenuti in un anno è di 59.911); per il Tribunale di Napoli Nord (da scorporare da Napoli centrale) sono previsti 80 giudici (il numero dei procedimenti sopravvenuti in un anno è di 25.947).

Per il Tribunale di Bari i dati ministeriali indicano un bacino di abitanti di 1.086.707 e un numero dei procedimenti sopravvenuti in un anno di 100.307. Quasi il doppio delle altre realtà analizzate.

In base ai criteri utilizzati nella proposta la pianta organica dovrebbe prevedere un numero di giudici non inferiore a 120 unità.

Il confronto numerico in relazione ai dati dei procedimenti pendenti e sopravvenuti è impari e spiega la disastrosa situazione che investe la funzionalità complessiva del Tribunale che, per fare un esempio pratico quanto significativo, nella propria Sezione Lavoro può contare su un organico costituito da 12 magistrati ordinari più 1 Presidente che devono gestire una pendenza di oltre 100.000 cause e 30.000 procedimenti sopravvenienti annui.  La stessa sezione del Tribunale di Roma conta su 59 magistrati ordinari più 4 Presidenti che gestiscono una pendenza di 32.000 procedimenti, un terzo di quelli pendenti presso l’assise barese.

Mentre la Sezione GIP/GUP vive una cronica situazione di emergenza con quasi un terzo di magistrati e 15 unità di personale amministrativo in meno rispetto alla pianta organica. Tale situazione comporta il rallentamento delle valutazioni delle richieste di misure cautelari e delle richieste di rinvio a giudizio, il sostanziale blocco delle valutazioni di migliaia richieste di archiviazione ed il sensibile rallentamento nella valutazione delle richieste di decreto penale di condanna

Ed in Corte d’Appello le 3 Sezioni Civili possono fare affidamento su un unico cancelliere.

Questi significativi dati sono la rappresentazione delle drastiche condizioni di lavoro alle quali è costretto tutto il Tribunale di Bari.

 

Procura della Repubblica di Bari

L’attuale pianta organica è composta da 34 magistrati. Il progetto di modifica delle piante organiche, in  attuazione dell'art. 5, comma 4, del decreto legislativo n. 155 del 7 settembre 2012,  prevede di passare a 35 magistrati con un aumento di una sola unità.

Aumento assolutamente inadeguato se solo si ricordano le sollecitazioni ad aumenti consistenti del numero dei magistrati ripetutamente effettuate in passato. Anche in questo caso, si registrano evidenti disparità con realtà analoghe a quella della Procura di Bari. Si citano ad esempio la Procura di Catania ove sono previsti 48 magistrati (il bacino di abitanti è di 934.737 e il numero dei procedimenti sopravvenuti in un anno è di 20.459); la Procura di Palermo ove sono previsti 60 magistrati (il bacino di abitanti è di 879.513 e il numero dei procedimenti sopravvenuti in un anno è di 21.636); la Procura di Napoli ove sono previsti 107 magistrati e la creazione di Napoli Nord con 30 magistrati.

Per la Procura di Bari analizzando i dati ministeriali si giunge ad una percentuale media di procedimenti sopravvenuti pari a 729 per singolo magistrato, a fronte dei 426 procedimenti per magistrato a Catania, dei 360 procedimenti per magistrato a Palermo, dei 565 procedimenti per magistrato a Napoli ed, infine, dei 234 procedimenti per magistrato a Caltanisetta. 

In base ai criteri utilizzati nella proposta la pianta organica dovrebbe prevedere un numero di magistrati non inferiore a 50 unità.

 

Organici delle Forze dell’Ordine, ed in particolare della Polizia Di Stato

Le forze sindacali della Polizia di Stato reclamano da anni l’integrazione della dotazione di personale, ormai al limite minimo.

Secondo le organizzazioni sindacali di Polizia, a Bari vi è un deficit di personale pari a 140 unità in meno rispetto alla dotazione standard della Questura, 220 in meno nella Polizia Stradale, 70 in meno nella Polizia Ferroviaria. Tuttavia, se è da riconoscere che tale carenza è generalizzata in tutta Italia, in particolare Bari e la Puglia vivono una situazione di maggiore difficoltà poiché dal 2004 ad oggi gli organici di PS sono diminuiti complessivamente del 20%, passando dalle poco più di 6000 unità a circa 5000 ed a Bari da 2200 a 1600. Numeri impietosi, che parlano da soli.

Eppure in questa situazione, dobbiamo ricordarcene, il lavoro indefesso di queste donne e di questi uomini ha permesso un drastico calo della criminalità ed in particolare dei delitti di sangue di stampo mafioso che negli ultimi anni sono letteralmente crollati.

Fonte: elaborazione su dati Dipartimento della P.S. “Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto”; pag. 116 e ss. – Ministero dell’Interno, 2007

 

Anno

2004

2005

2006

2007

2008

2009

2010

2011

omicidi volontari

7

6

12

8

6

7

7

11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di tipo mafioso

6

4

2

5

1

1

2

3

Dati SDI – Ministero dell’Interno – Prefettura 2012

Eppure, nonostante questi indubitabili successi, la condizione operativa della Polizia di Stato, già disastrosa sul piano della disponibilità di personale, si è andata sposando con la crescente scarsità di mezzi finanziari che, solito assurdo paradosso italiano, addirittura non consente alla Questura di Bari di immatricolare ed utilizzare per il servizio su strada alcune auto acquisite per sequestro o confisca. E questo è solo un esempio.

La mancanza di risorse da investire nel personale della P.S. ha già determinato, tra l’altro, un ulteriore effetto: quello dell’aumento dell’età media dei poliziotti in servizio per la strada e nelle sezioni investigative, facendo sì che questi servizi nevralgici per le politiche di sicurezza di un territorio possano contare prevalentemente su personale già avanti negli anni, condizione che nulla toglie in termini di professionalità ma che difficilmente avrà le stesse possibilità e capacità fisiche, nonché le motivazioni, di un giovane collega di 25 anni.

I problemi della scarsità di personale e dell’innalzamento dell’età media del personale di Polizia e dei vuoti di organico (che incidono su organici già disegnati attorno a esigenze non più attuali) dunque sono gravissimi.

Inoltre, ogni anno vengono ridistribuite qui pochissime unità aggiuntive che non sono sufficienti a incidere sui problemi del nostro territorio. Infatti, per rendere veramente operativo un efficace servizio di pattugliamento e controllo del territorio composto anche solo di una Volante in più, occorrono almeno 10 uomini (turnazione H/24, quattro turni giornalieri più un turno a riposo, 5 turni per 2 uomini è uguale a 10).

Le ristrettezze del personale delle Forze dell’Ordine si incrociano, nelle realtà territoriali, con i medesimi problemi degli organici di magistratura. Infatti, se non si riesce a far fronte al carico di procedimenti pendenti presso l’Autorità Giudiziaria, anche per le motivazioni dinanzi descritte, è assai più facile che gli imputati rimangano a piede libero e con la maggiore possibilità di reiterare le condotte che li avevano portati a giudizio, con un ulteriore aggravio di lavoro per le Forze dell’Ordine.

 

Edilizia giudiziaria

Il tema centrale dell’edilizia giudiziaria a Bari è stato più volte affrontato dalle forze politiche cittadine, e da un ampio dibattito che ha coinvolto importanti segmenti della nostra comunità.

La situazione attuale è sotto gli occhi di tutti da anni: la sede del Tribunale di Bari situata nell’immobile di Piazza de Nicola risente del peso degli anni e dell’assenza di interventi di manutenzione straordinaria che almeno adeguassero alcune dotazioni del Palazzo alla reale attività che ivi si svolge.

L’immobile che attualmente ospita la Procura della Repubblica, le cui realizzazione e destinazione d’uso sono state al centro di intricate vicende giudiziarie giunte anche agli onori delle cronache nazionali e che tra l’altro hanno dimostrato (seppur non definitivamente) la non conformità della realizzazione al capitolato tecnico di riferimento, non è assolutamente in grado di ospitare decorosamente le attività e gli operatori della giustizia (magistrati, cancellieri, amministrativi, forze dell’ordine, avvocati, parti processuali) costretti a lavorare in condizioni di degrado impietose.

Il Tribunale per i Minorenni e la relativa Procura sono ospitati da anni in un palazzo in affitto originariamente progettato per ospitare abitazioni civili e che non permettono un dignitoso svolgimento della funzione di tutela e protezione dei più piccoli per il quale il Tribunale per i Minori è presidio estremo.

Tale situazione, al di là delle singole vicende, è il frutto di una perdurante latitanza di una organica politica dell’edilizia giudiziaria al servizio della domanda di giustizia proveniente dalla terra di Bari. Tale assenza ha generato una serie infinita di soluzioni provvisorie ed un continuo ed esoso esborso di denaro pubblico.

Questa Amministrazione ha preso più volte una posizione chiarissima nei confronti del progetto di realizzazione della cosiddetta “Cittadella della Giustizia”, il progetto elaborato dall’azienda Pizzarotti che verso la fine della seconda consiliatura Di Cagno Abbrescia si è provato a far passare come la panacea di tutti mali della giustizia barese, scelto con una procedura che in tempi non sospetti è stato considerata quantomeno “irrituale” e “abnorme” e che puntava a sostituire di fatto una vera e propria gara d’appalto con una mera indagine di mercato.

Dopo alcuni diversi pronunciamenti, qualche giorno fa è giunta la notizia che il Consiglio di Stato, con propria ordinanza del 10 aprile 2013 ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea il giudizio sulla conformità alla normativa europea della procedura che stava portando il commissario ad acta ad imporre direttamente al Comune di Bari  la realizzazione della Cittadella della Giustizia in variante al Piano Regolatore della città.

La medesima questione, peraltro, era stata affrontata anche dalla Commissione Europea che ha poi aperto una procedura di infrazione a danno dello Stato Italiano per violazione della normativa europea sugli appalti. Ora per la prima volta, anche il consiglio di Stato ha ravvisato delle perplessità circa la violazione della normativa comunitaria e ha chiesto alla Corte di Giustizia Europea di pronunciarsi.

È evidente che, in tale situazione di pendenza di questi importanti giudizi di livello europeo, l’Amministrazione Comunale non può certo costruire di propria iniziativa un altro Palazzo di Giustizia assumendosi il rischio di una successiva censura amministrativo-contabile di proporzioni devastanti.

È necessario che il Ministero della Giustizia ed il Governo nazionale si riapproprino delle proprie competenze e mettano in campo un’organica politica che risolva definitivamente le questioni dell’edilizia giudiziaria a Bari giunte ad un insostenibile grado di criticità, al quale si aggiungerà a breve l’imminente riaccorpamento delle Sezioni Distaccate del Tribunale di Bari disposto dal Ministero della Giustizia e che certo non può tramutarsi nell’ennesima spada di Damocle posta sul capo dell’Amministrazione Comunale.

 

Politiche detentive e Casa Circondariale di Bari

La situazione della Casa Circondariale di Bari è esplosiva. Ad oggi ospita circa 500 detenuti, a fronte di una capienza tollerabile di poco più di 300 reclusi. Ed anche nella Casa Circondariale di Bari la dotazione organica della Polizia Penitenziaria, tra mancato turn-over, distacchi e pensionamenti è ridotta all’osso tanto da far divenire operazioni critiche le traduzioni e i piantonamenti al di fuori delle mura carcerarie a seguito della mancata integrazione delle 100 unità di personale perse solo negli ultimi 3 anni.

Questa condizione non solo rende il carcere ancora meno capace di svolgere la funzione costituzionalmente attribuita alla pena detentiva per la quale “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma è probabilmente concausa del triste fenomeno, ogni giorno in aumento, del numero di suicidi che si registrano nella complessiva popolazione carceraria italiana.

Accanto alla condizione vergognosa in cui versano i reclusi, per cui non si può certo attribuire specifica responsabilità all’Amministrazione Penitenziaria della Puglia, occorre prestare attenzione alle modalità in cui gli operatori penitenziari prestano la propria insostituibile e pesantissima opera: Polizia Penitenziaria, operatori, educatori, personale amministrativo. Essi certamente non sono meno reclusi dei detenuti. Ovviamente non sono privati della libertà personale ma, condividendo con i reclusi i tempi, i luoghi, le regole del vivere, si può arrivare a dire che, almeno per il proprio turno di lavoro, sono anch’essi detenuti. E ad essi lo Stato deve poter garantire la serenità necessaria per svolgere un compito così delicato e pesante, riconoscendo loro la speciale condizione in cui si trovano ed in cui prestano servizio per lo Stato.

Inoltre, tale condizione di sovraffollamento al limite dell’ingovernabilità di fatto scoraggia l’Autorità Giudiziaria dal disporre provvedimenti di limitazione della libertà personale che implicano la collocazione del soggetto interessato nella casa circondariale, per banale mancanza di spazio.

Ancora una volta, dunque, la politica non ha saputo in questi numerosi e lunghi anni pensare al futuro e comprendere che non avendo mai la lungimiranza ed il coraggio di intervenire sul punto, la situazione non poteva che incancrenirsi, tanto da far condannare lo Stato Italiano, per la seconda volta, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la violazione dei diritti basilari dei detenuti.

Anche su questo versante l’Amministrazione Comunale non ha fatto mancare la propria attività propositiva, rispondendo ad un interessamento del Ministero della Giustizia per la costruzione di un nuovo carcere con suggerimenti concreti, su cui ancora attendiamo responso da parte del Ministero.

 

Politiche di antimafia sociale

L’Amministrazione Comunale con deliberazione di Giunta Municipale ha reso obbligatoria nel 2004 la costituzione di parte civile nei cd. processi di mafia. Il Tribunale di Bari fino al 2009 già nella fase del procedimento penale ha riconosciuto a vantaggio del Comune di Bari una provvisionale. Nel 2009 il pacchetto sicurezza dell’allora Ministro Maroni ha, inspiegabilmente, precluso agli enti - dunque sia Amministrazioni sia associazioni - l’accesso al Fondo. Le attività dell’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata, citata in premessa, trovavano dunque la fonte primaria di finanziamento nell’accesso al Fondo di rotazione per la solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso, circostanza peraltro fortemente simbolica. L’Agenzia, nonostante gli inevitabili tagli delle risorse a disposizione, in questi anni ha realizzato progetti innovativi di sensibilizzazione e di educazione alla legalità che hanno coinvolto, e continuano a farlo, migliaia di studenti delle scuole di ogni ordine e grado, le comunità nei quartieri, le associazioni antimafia. Questa struttura ha anche coordinato le operazioni di assegnazione, così come disposto dalla legge 109/96, dei beni immobili confiscati alla criminalità organizzata che a Bari per lunghi anni erano rimasti nelle mani di occupanti sine titulo. Le lodevoli iniziative progettuali hanno ottenuto riconoscimenti nazionali ed internazionali, come quello dell’UNICRI che l’ha definita “international good practice”. Tuttavia la scelta politico-amministrativa di mantenere solido il civico bilancio ha intaccato le potenzialità dell’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata. A questo proposito un cambio della norma del 2009 precedentemente citata permetterebbe di evitare il sacrificio di politiche fondamentali per il contrasto culturale alle mafie garantendo servizi migliori e più efficaci.

Conclusioni

La sicurezza è argomento serio e complesso, composto da una serie di elementi imprescindibilmente legati tra loro e le cui fragilità sono state brevemente descritte con riguardo alla specificità della situazione del distretto.

Bari non può più aspettare e non vi è più spazio per posticipare la soluzione di alcuni nodi nevralgici dei Sistemi Giustizia e Sicurezza.

È tempo che il Governo vari un piano di aumento degli organici della Magistratura e del personale amministrativo di supporto alla funzione giudiziaria, stabilendo regole precise per la determinazione delle sedi di assegnazione che vengano incontro alle reali necessità dei territori. Non è più ammissibile, per un Paese che voglia definirsi civile, prendere atto della pendenza di centinaia di migliaia di procedimenti penali e civili e non fare nulla per soddisfare la domanda di giustizia dei cittadini.

È tempo che il Ministero dell’Interno adotti un programma di rafforzamento degli organici di Polizia, stabilendo per Bari nuove allocazioni di risorse, senza più attendere ed inseguire le emergenze che i fatti di sangue portano all’attenzione degli organi di informazione locali e nazionali.

È tempo che il Ministero della Giustizia, di concerto con tutte le Istituzioni e le Amministrazioni interessate, si doti di un Piano per l’edilizia giudiziaria nel quale includere la risoluzione della drammatica emergenza che vivono le sedi giudiziarie della città di Bari. Su questo fronte, l’Amministrazione Comunale ha presentato alcune proposte concrete. Se esse non incontrano le determinazioni e gli indirizzi del Ministero della Giustizia e delle altre Istituzioni interessate, occorre che vengano indicate alla Città di Bari altre opzioni realmente praticabili.

È tempo che Bari sia inclusa in un vero “Piano Carceri” vero e funzionante, che realizzi un equilibrio sostenibile tra sedi detentive e personale penitenziario e che ponga fine alla vergognosa condizione in cui versano i detenuti ed in cui operano i lavoratori delle Amministrazione Penitenziaria e che è valsa allo Stato ben due condanne da parte dell’Alta Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Per Bari è necessario un nuovo carcere. Anche su questo tema l’amministrazione Comunale ha avanzato delle proposte concrete per le quali attendiamo ancora risposte dal Ministero della Giustizia, che ha l’obbligo di indicarci come intende risolvere tale problema e come intende utilizzare i fondi che sono ancora disponibili per la nostra Città.

Accanto ad una nuova politica strutturale dell’edilizia carceraria, se questo serve a rendere più umane le pene e a impiegare al meglio le risorse necessarie, occorre una nuova organica disciplina delle pene alternative alla reclusione, del sistema delle traduzioni dei soggetti a misure limitative della libertà personale, della disciplina e organizzazione dei trattamenti sanitari per i detenuti, dell’utilizzo delle camere di sicurezza presenti in molti edifici giudiziari e delle Forze dell’Ordine.

Su quest’ultimo punto, sin da ora l’Amministrazione comunale è pronta a richiedere all’Agenzia del Demanio, proprietaria del Palazzo di Piazza De Nicola la ristrutturazione delle camere di sicurezza ivi presenti. E ove dovesse risultare necessario, è già pronta a contribuire, in via eccezionale ed ancora una volta, alla manutenzione straordinaria dell’immobile che spetterebbe alla proprietà, sostenendo la loro ristrutturazione.

Per rispondere alle esigenze finanziarie dei locali comparti Sicurezza e Giustizia si potrebbe ricorrere all’istituzione di un Fondo, che potrebbe essere gestito anche con l’ausilio delle Amministrazioni del territorio pugliese, che riutilizzi le somme confiscate durante le operazioni giudiziarie condotte dalla nostra Magistratura e dalle nostre Forze dell’Ordine.

L’Amministrazione Comunale di Bari è disposta, come sempre, a contribuire con le proprie competenze, capacità e risorse alla risoluzione di questi gravosi problemi, ma che devono essere affrontati direttamente dal Governo e dai Ministeri interessati.

La Città di Bari, attraverso la comunione di intenti tra Istituzioni e cittadinanza, ha saputo combattere la propria battaglia contro le organizzazioni criminali che negli anni ’90 ed i primi anni 2000 hanno lasciato sulle strade numerosissimi morti ammazzati, carnefici e vittime innocenti.

Gli eventi degli ultimi mesi colpiscono la nostra comunità e rappresentano un pericolo di duplice natura perché da un lato generano paura spezzando il legame di fiducia tra Stato e cittadini, e dall’altro spostano l’attenzione sui singoli eventi deviandola da una visione strategica sul contrasto ai traffici illeciti ed alle loro fenomenologie più evidenti.

Inevitabile la preoccupazione, soprattutto in questo periodo di grave crisi economico-finanziaria, provocata dal progressivo impossessarsi delle imprese e delle aziende commerciali da parte della criminalità organizzata e dalla diffusione di attività commerciali da un punto di vista formale perfettamente lecite ed in regola, ma che troppo spesso nascondono meccanismi economici e societari finalizzati al riciclaggio ed al reimpiego di denaro sporco. Il riferimento è in particolare rivolto al fenomeno dei “compro oro”, dei centri scommesse e dei giochi d’azzardo.

Queste tre attività, tutte lecite, necessitano di una disciplina volta a rendere meno facile il loro utilizzo a fini illeciti. Una disciplina sia in fase autorizzatoria sia in fase di controllo, in grado di sottrarre alla criminalità organizzata strumenti facilmente disponibili per lavare i soldi sporchi, troppo facilmente disponibili.

Accanto ai contributi de jure condendo, non va sottovalutato il contributo che anche gli Enti Locali, come dimostrano le numerose proposte elaborate da Avviso Pubblico - Enti Locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie, possono offrire nel contrasto al crimine organizzato se dotati di strumenti più moderni ed efficaci.

In primo luogo occorre accelerare la tempistica della riforma delle Polizie Locali e contestualmente dei poteri delle Amministrazioni Locali e dei Sindaci in materia di sicurezza delineando un ruolo che sia capace di rispondere efficacemente con le costanti sollecitazioni portate avanti dalla cittadinanza.

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