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Fernando Coratelli, nato a Bari, vive e lavora a Milano come editor, ghostwriter e traduttore. Vari racconti su antologie collettive cartacee e su riviste online, diversi romanzi pubblicati per altrettante case editrici (“Altrotempo” per Cadmo editore e “Quando il comunismo finì a tavola” per CaratteriMobili) ed il webmagazine “Torno giovedì”. Come dire, insomma, una personalità (ed una persona) incapace di stasi intellettuale.
 
L’ultimo romanzo di Coratelli, “La resa”, uscito per Gaffi editore, narra una storia senza tempo ma contestualmente di forte attualità: “Milano è sotto attacco in quattro punti: la stazione, una piazza del centro, il quartiere finanziario, la questura. Terroristi uomini bomba raggiungono, credono, il Paradiso, lasciando sulla Terra morti e macerie. La pace è sempre più difficile della guerra. I quattro protagonisti sopravvivono, ma niente sarà come prima”. Una storia appassionante, che trova nella frantumazione della società la narrazione della crisi interiore dei personaggi. 
 
In un momento di riflessione dell’opinione pubblica, alle volte padre di banalità e superficialità da parte di alcuni, sulla crisi in Siria e sul programma chimico dello stesso paese, a distanza di non molte ore dall’ultimo discorso di Obama e con la promessa di un incontro tra il Segretario di stato John Kerry ed il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, il romanzo di Coratelli spinge ad una prima riflessione e poi ad un’altra. Ed un’altra ancora. Da qui, l’idea di Affaritaliani.it d’intervistare l’autore, una chiacchierata tra attualità e considerazioni sul mondo dell’editoria (in attesa della presentazione alla Libreria Zaum di Bari, il 3 ottobre, alle ore 19).
 
La città di Milano, simbolo delle lotte operaie nel primo Novecento, culla del boom economico italiano e Mecca degli italiani del Sud nel dopoguerra, oggi sintesi del passaggio di diverse culture e del dissidio costante che l’esser crocevia di persone, culture e lingue porta con sé.  In questa stessa Milano, nel tuo libro “La resa”, quattro kamikaze si fanno esplodere in una mattinata di giugno, in quattro punti strategici della città. Com’è nata la storia?
 
Fernando Coratelli: “L'idea è nata all'indomani degli attentati di Londra del 7 luglio 2005. Dopo le Torri Gemelle e la stazione di Madrid quello era il terzo attacco terroristico di matrice islamica in territori occidentali. I giorni seguenti a quegli attentati, tuttavia, si discusse parecchio – ricordo – su quanto fossero davvero parte di un disegno generale diretto da Al Qaeda e quanto invece le cellule terroristiche londinesi avessero agito da sole, a imitazione di quanto avvenuto a New York, Madrid. Peraltro molti degli attentatori del commando erano inglesi di seconda generazione, e non arrivavano dai cosiddetti “Stati canaglia”.
 
copcoratelli 707x1024Sono quattro i protagonisti “ufficiali” del tuo libro, quattro sopravvissuti che a stento riescono a rimanere a galla, a non tramutarsi in sommersi. Chi sono i vinti che racconti ne “La resa”? Ripensando anche all’ultima strage di Boston e ai continui attentati in Oriente qual è, secondo te, la responsabilità che grava sulle spalle di chi è sopravvissuto?
 
“I vinti siamo un po' tutti, vittime e carnefici, temo. I quattro protagonisti del romanzo hanno come principale responsabilità quella di non sapere leggere e interpretare la Storia di cui pure fanno parte; così dopo avere alzato la testa per un attimo tornano comodamente a farsi scrivere la storia personale, a seguire un istinto di sopravvivenza. Rimuovono il trauma e tornano alla vita di sempre. C'è il terrorismo? Qualcuno lo combatterà. C'è la crisi economica? Qualcuno la risolverà. Per il resto ci sono i social network, gli aperitivi, le luci della città”.
 
Una quinta protagonista, che apparentemente sembrerebbe fare da sfondo, è la città di Milano. Una città, consentendone la personificazione, che ha saputo coltivare un certo immaginario nella fantasia di qualsivoglia lettore. Non solo la Milano crocevia di cui sopra ma anche la Milano cosiddetta “da bere”, simbolo dell’imprenditore rampante, la città della costruzione edilizia selvaggia, di Tangentopoli. Da barese trapiantato a Milano quale città fa da cornice alla tua storia? 
 
“La Milano di La resa è una “città aperta”, un cantiere senza fine, all'apparenza in continuo movimento, forse in realtà fermo. Milano è una città che avvolge, che ti trascina in sé, che d'improvviso si nasconde nelle sue corti, nelle sue case di ringhiera, nei suoi cerchi concentrici”.
 
Com’è cambiata Milano in questi anni, anche pensando al passaggio dall’amministrazione Moratti a quella Pisapia?
 
“Devo dire poco. Ci si aspettava tutti di più, un cambio radicale, invece non ci si rendeva conto che l'immobilità dei 4 anni Moratti erano assai più pesanti da smuovere, da rivitalizzare”.
 
Tornando al libro, leggendolo, spesso viene in mente anche la strategia della tensione in molti casi attuata da alcuni governi e da qui, probabilmente, “La resa”. Quanto i protagonisti ne sono corresponsabili? 
“Devo dire che nel romanzo si legge una strategia della tensione un po' confusa, talvolta incerta, come se chi volesse tenere e muovere le fila non si rivelasse poi un granché come burattinaio. È l'impressione che ho ancora adesso – l'idea è sempre quella gattopardesca del cambiare tutto per non cambiare niente. La “vittoria” del decennio 2000-2010 è stata proprio l'immobilismo travestito da chissà quali cambiamenti epocali. I protagonisti ne sono corresponsabili nella misura in cui lo siamo anche noi, nella nostra quotidianità”.
 

Bashar al Assad

In questi giorni si è largamente parlato delle conseguenze dell'attacco USA alla Siria, il conflitto sarebbe stato al centro anche di una discussione piuttosto accesa nel corso del G20 tra François Hollande e il primo ministro inglese David Cameron e il cancelliere tedesco Merkel (senza dimenticare Putin e lo stesso Obama). Da “semplice” cittadino, che idea ti sei fatto? 
 
“Dell'attacco alla Siria se ne parla pure nel romanzo; sono almeno 5 anni che solletica questa idea nelle teste di Usa, Francia e Gran Bretagna. Io la vedo come un errore fatale. La Siria non è l'Iraq, al-Asad non è Saddam. Sebbene il presidente siriano sia un personaggio ambiguo, ha comunque un forte appoggio degli sciiti, e temo che se guerra ci sarà, l'Iran non starà a guardare – e forse neppure la Russia. Inoltre mi preoccupa la situazione finanziaria: siamo sicuri che una guerra adesso riusciremmo a sostenerla economicamente?”
 
“La resa” tradisce un’inclinazione cinematografica, il tuo libro sembra essere pronto per il grande schermo. La scelta è voluta, c’è un regista con il quale ti piacerebbe poter lavorare?
“No, non è voluto in senso stretto. Credo sia il mio stile che porta a una narrazione per scene. Un regista con cui mi piacerebbe lavorare? Se posso fantasticare allora dico González Iñárritu, amo molto Babel”.
 
“La resa” non è la tua prima opera: arriva sugli scaffali delle librerie, infatti, dopo “Altrotempo” (Cadmo editore, 2008) e “Quando il comunismo finì a tavola” (CaratteriMobili, 2011). Come ti sei avvicinato al mondo della scrittura, quali autori hanno accompagnato e accompagnano, ancora oggi, la tua formazione?
 
“Alla scrittura mi sono avvicinato ai tempi liceali e universitari. Ho sempre scritto, ho parecchi inediti giovanili. Gli autori che hanno accompagnato e accompagnano la mia formazione sono tanti, dai grandi classici – Dostoevskij, Camus e Orwell soprattutto – fino a Carver e Don DeLillo, senza disdegnare altri contemporanei come Zadie Smith”.
 
Sei uno dei fondatori del webmagazine “Torno giovedì” e lavori come editor, ghostwriter e traduttore. Perdonami la domanda larga, hai mestieri ed esperienza alle spalle che ti consentono di parlarne largamente, qual è lo stato attuale dell’editoria? Davvero la crisi del settore sta rallentando grazie alle vendite online e a strumenti come Amazon Appstore e Google Play?
 
“Non credo che la crisi del settore sia dovuta a Amazon, Appstore o simili. Ritengo che arrivi da lontano, dal non sapere fare fronte a certi ineluttabili cambiamenti di cui si sapeva e mormorava già una decina di anni fa”.
 
Nel caso di premi come lo Strega o festival importanti dedicati alla letteratura, gira da sempre la leggenda metropolitana servano più alle case editrici che allo scrittore, con un autore costretto al ruolo di animale da esibizione. Quanto c’è di vero? Secondo la tua esperienza, una casa editrice può davvero mangiare impunitamente la volontà dei suoi autori? Se potessi, inoltre, c’è qualcosa che cambieresti di questi festival e saloni dedicati al libro?
 
“Premi e festival li cambierei radicalmente, sì. Non so se servano più agli editori che agli scrittori, di certo come sono pensati e strutturati oggi non servono ai lettori. Darei più spazio alla narrazione, meno ai discorsi metaeditoriali o agli stati delle cose. I saloni, o fiere, al contrario li dedicherei un po' di più agli addetti ai lavori: lì sì che si dovrebbero fare quei discorsi di cui dicevo prima, invece finiscono con l'essere dei mercati rionali di libri”.
 
Cosa hai in programma per il futuro, puoi regalarci qualche anteprima?
 
“Sto terminando un nuovo romanzo, che parlerà di integrazione (o se si preferisce di “non” integrazione), di paura del diverso e, a latere, dell'Expo 2015 e degli interessi lì riposti”.
 
(s.damore85@gmail.com)
 
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