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La salute dei migranti appello finale 'Chiudere i CIE partendo da Bari'

Il CIE (Centro di Identificazione e di Espulsione) di Bari andrebbe chiuso al pari di altre strutture presenti sul territorio nazionale.

Questa la denuncia che arriva dal seminario "Violabilità  dei diritti, l'esempio del CIE di Bari" che si è svolto a Bari nell'ambito della rassegna “Storie che curano - La salute dei migranti tra parole, immagini e musica” promossa dall'Assessorato Regionale alla Salute - Servizio P.A.T.P. in collaborazione con l'U.O. Formazione dell'ASL Bari.

Nata tra gli intellettuali presenti, Marco Aime, Guido Barbujani, Federico Faloppa e Lidia Tarantini, l'idea di una raccolta di firme per la chiusura del CIE di Bari, data l'evidente violazione dei diritti umani. La sfida - è stato detto - è dimostrare che non solo che è possibile, ma che ormai è indifferibile fare a meno dei CIE.

IMMAGINE CON TITOLO
 

Sia in Italia sia in Europa, queste strutture sono sempre più criticate dalle organizzazioni umanitarie, che le considerano disumane, inutili e costose. 


 

Migliaia di migranti rinchiusi in centri disumani ("piccole Guantanamo", sono state definiti da Don Angelo della Parrocchia S. Sabino di Bari) che “sono luoghi non luoghi, veri deserti politici e culturali, dove la totale assenza di attività si traduce in malessere e violenza. Uomini privati della libertà, senza aver commesso nessun reato, uomini praticamente invisibili che non hanno voce”. Questa denuncia, ha concluso don Angelo, è un’iniziativa profetica in un momento di silenzio da parte delle istituzioni, ma anche un momento di speranza.

Significativo l'intervento di don Gianni De Robertis, parroco della chiesa di San Marcello di Bari, che ha citato il RAPPORTO IMMIGRAZIONE 2013 della Caritas – Migrantes (pubblicazione di un dossier statistico sull'immigrazione nel nostro paese) volto a sfatare i tanti luoghi comuni come ad esempio immigrato = delinquente, o = musulmano o = costo per la collettività, legati più a strumentalizzazioni politiche o ideologiche che alla realtà.

migranti donne
 

Secondo don Gianni il trattenimento nei CIE non soddisfa l'interesse al controllo delle frontiere e alla regolazione dei flussi migratori, ma sembra piuttosto assolvere alla funzione di "sedativo" delle ansie di chi percepisce la presenza dello straniero irregolarmente soggiornante, o dello straniero in quanto tale, come un pericolo per la sicurezza.

Allungare i tempi di trattenimento nei CIE, che sono luoghi dove di certo le persone non vengono tutelate, significa esasperare maggiormente la situazione. È una forma di carcerazione che non aiuta assolutamente la promozione della persona.

(gelormini@affaritaliani.it)

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